Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante

Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante, articolo di B. Mussolini pubblicato sull'”Avanti!” del 18 ottobre 1914.

Da molti segni, è lecito arguire che il Partito Socialista Italiano non si è “adagiato” fra i cuscini di una comoda formula quale è quella della neutralità assoluta. Comoda, perché negativa. Permette di non pensare e di attendere. Ma un Partito che vuol vivere nella storia e fare – per quanto gli è concesso – la storia, non può soggiacere – pena il suicidio – a una norma cui si conferisca valore di dogma indiscutibile o di legge eterna sottratta alle ferree necessità dello spazio e del tempo. Così, nessuna meraviglia, se il campo socialista è diviso in varie tendenze (intesa la parola nel vecchio e tediante significato). C’è una frazione di socialisti che seguono l’herveismo prima maniera: secondo loro, nessuna differenza esiste fra guerra e guerra; le guerre di difesa equivalgono a quelle di conquista e il proletariato deve opporsi, senza esitazione, a tutte salvo la sua: la Rivoluzione Sociale. Questo Herveismo – vecchio stile! – è stato cosi clamorosamente smentito dal suo stesso primo assertore e dagli avvenimenti, che si stenta molto a capire come abbia ancora qualche credito in Italia. E’ un fenomeno di cecità volontaria. Vengono poi i socialisti che dichiarano di accettare una sola guerra e subirebbero, in un sol caso, la violazione della neutralità da parte nostra: quando si trattasse di respingere un’invasione straniera. Ammettono, dunque, la difesa della patria. Seguono i socialisti che per ragione d’indole generale e altre d’indole nazionale, pur non assumendo iniziative o responsabilità, non si opporrebbero ad una rottura della neutralità in danno del blocco austro-tedesco. Ci sono, da ultimo, non pochi socialisti, decisamente partigiani di un intervento militare dell’Italia a favore della Triplice Intesa. Se per questi ultimi non si invocano da nessuna parte quelle misure disciplinari che colpirono – e giustamente! – i socialisti fautori della guerra libica, gli è che nessuno può dire di possedere la verità assoluta…

Neutralità “assoluta”?
Ma è stata, ed è, veramente assoluta questa nostra neutralità socialista, o non è stata invece relativa e parziale? La neutralità “assoluta” doveva condurci ad assumere un atteggiamento di nirvanica impassibilità o di cinica indifferenza dinnanzi a tutti i belligeranti: blocco austro-tedesco e Triplice Intesa dovevano equivalersi perfettamente nel nostro giudizio: non dovevamo parteggiare- nemmeno idealmente- per l’uno o per l’altro dei contendenti, poiché questo penchant sentimentale di simpatia o di antipatia avrebbe potuto influire direttamente o indirettamente, a breve o lunga scadenza, sulla nostra condotta pratica. Ma una neutralità in siffatta guisa “assoluta” non è quella che il Partito Socialista ha sostenuto e patrocinato sin dall’inizio della crisi. La nostra neutralità è stata sin da allora parziale. Ha distinto. È stata una neutralità spiccatamente austrotedescofoba e per converso, francofila. La nostra neutralità voleva essere ed è stata un aiuto non indifferente alla Triplice intesa, il che si è risolto in un danno per la Duplice alleanza. Una rapida documentazione può giovare a meglio precisare la portata e il significato di questo nostro atteggiamento. L’Avanti del 25 luglio (due giorni dopo la presentazione della famigerata “Nota” austriaca alla Serbia) scriveva:

“Noi non sappiamo quali siano i patti segreti di quella triplice che fu cosi precipitosamente rinnovata dai monarchi all’insaputa e contro la volontà dei popoli, sappiamo solo e sentiamo di poterlo dichiarare altamente, che il proletariato italiano straccerà i patti della Triplice s’essi lo costringessero a versare una sola goccia di sangue per una causa che non è sua.

Ne meno esplicito era un “a-capo” dell’ordine del giorno votato il 28 luglio dalla Direzione del Partito e dal Gruppo Parlamentare socialista. Diceva tale ordine del giorno:

Ammoniscono che nessun patto segreto di coronati potrebbe trascinare il proletariato italiano ad impugnare le armi al servizio dell’alleata per sopraffare un popolo libero (la Serbia).

L’Avanti cosi commentava:

Una cosa sola può dirsi ed è questa: che se il Governo italiano si accordasse all’Austria nella sopraffazione violenta di un popolo libero, se il Governo italiano si impegnasse in altre avventure guerresche, il Partito Socialista mobiliterebbe immediatamente le sue forze.

Il 29 luglio, in una nota politica romana veniva lucidamente prospettata la immediata responsabilità dell’Austria-Ungheria nello scatenamento della conflagrazione.

Ma ora vi è da considerare gli avvenimenti al lume di un fatto nuovo: l’offerta di mediazione delle Potenze.
Il fatto che l’Austria abbia mostrato di non volerne tenere nessun conto ha reso sempre più impopolare in Europa, dato che ciò fosse ancora possibile, la sua causa e più ripugnante il suo atteggiamento, straniandosi ancora di più dal consorzio dei paesi civili.
Non è più lecito dubitare ora che a Belgrado si disse sin dal primo giorno della crisi attuale: l’Austria vuole la guerra ad ogni costo, l’attentato di Sarajevo non è che un pretesto senza il quale ne avrebbe cercato e trovato un altro meno ridicolo.
Pretesto ridicolo, ma anche ignobile. In sostanza il militarismo austriaco ha iniziato la sua fruttuosa speculazione guerrafondaia su due feretri e, mentre lacrimava su di essi, pensava a sfruttarli.
Questo atteggiamento odioso dell’Austria naturalmente influirà, insieme a tutte le altre considerazioni che abbiamo già esposte, a porre nella coscienza del popolo italiano, al di sotto di ogni possibilità di discussione, l’ipotesi della nostra solidarietà diplomatica e militare.
Quando ci si trova di fronte ad un simile crimine, se c’è un trattato che in qualche modo ci vincola con il criminale, vi è una cosa sola da fare: stracciargli in faccia il patto firmato, il documento della societas sceleris!
Ad ogni modo non saranno mai i proletari che si batteranno per quel patto.

Pubblicata la dichiarazione ufficiosa della neutralità, vi fu chi manifestò la paura di una rappresaglia da parte degli Imperi Centrali. L'”Avanti!” che aveva contribuito fortemente a orientare l’opinione pubblica verso il concetto di neutralità, dichiarava a tal proposito (3 agosto):

Se la neutralità dell’Italia è giustificata, come noi crediamo, da formidabili ragioni di diritto e di fatto e se ciò malgrado l’Austria – ubriacata da eventuali vittorie- intendesse (l’ipotesi è inverosimile) di perpetrare una “spedizione punitiva” attraverso il Veneto, allora è probabile che molti di quelli che oggi sono accusati di anti-patriottismo saprebbero compiere il loro dovere.
La violazione della neutralità del Belgio e il linguaggio insolente di Bethmann-Hollweg al Reichstag polarizzarono vieppiù le simpatie del socialismo italiano verso i nemici del blocco austro-tedesco. L'”Avanti!” cosi commentava il prologo di quella tragedia che doveva dopo due mesi condurre all’annientamento dell’indipendenza del Belgio eroico e martire:

Prescindendo da queste considerazioni d’indole militare e strategica, resta il procedere inaudito e brigantesco della Germania, procedere che non sarà mai abbastanza stigmatizzato. Si comprende come davanti a questa improvvisa e ingiustificata invasione, il Partito operaio socialista belga abbia lanciato il proclama che i nostri lettori troveranno altrove. Coll’aggressione al Belgio la Germania ha rivelato le sue tendenze, i suoi obbiettivi, la sua anima. Solidarizzare direttamente o indirettamente alla Germania significa – in questo momento – servire la causa del militarismo nella sua espressione più forsennata e criminale.

Ma il documento, che fissava il valore della nostra neutralità nei riguardi del blocco austro-tedesco, è l’ordine del giorno votato, il 5 agosto, dai rappresentanti di mezzo milione di organizzati raccolti nella Confederazione generale del lavoro, nella Unione Sindacale, nel Partito Socialista. Tale ordine del giorno, presentato dalla confederazione generale del lavoro, nel secondo “a-capo” dice: … di conseguenza, nel caso che il Governo corra in aiuto dei due imperi formanti parte della Triplice, non per avversione di razza o per sentimento irredentista, ma per la brutale aggressione compiuta dall’Austria-Ungheria spalleggiata dalla Germania, dichiara di essere disposto a ricorrere a tutti i mezzi per impedire che ciò avvenga.
L'”Avanti!” commentando, cosi ribadiva il “punto di vista” del proletariato:

1 – L’Italia deve mantenere sino all’epilogo della guerra il suo atteggiamento di neutralità
2 – L’Italia non deve uscire dalla neutralità per appoggiare il blocco austro-tedesco. Ora i proletari siano vigilanti. Qualora l’Italia intendesse rompere la neutralità per aiutare gli imperi centrali, il dovere dei proletari italiani – lo diciamo forte sin da questo momento. è uno solo: insorgere!

Le due eventualità
È un fatto indiscutibile, dunque, e le citazioni lo provano, che tutta la campagna antiguerresca del socialismo italiano è stata influenzata da questa nostra posizione iniziale. Noi abbiamo condannata la guerra, ma questa condanna del fenomeno, preso nella sua “universalità”, non ci ha impedito di distinguere. logicamente, storicamente, socialisticamente – fra guerra e guerra. La guerra cui sono stati costretti Belgio e Serbia e in un certo senso anche la Francia, ha caratteri assai diversi dalla guerra del blocco austro-tedesco. Valutare tutte le guerre alla stessa tregua sarebbe assurdo e – ci sia concesso di dirlo- cretino. A guerra scoppiata, le simpatie dei socialisti vanno alla parte aggredita. Un altro elemento che contribuisce a determinare l’atteggiamento dei socialisti è la previsione delle conseguenze- più o meno favorevoli allo sviluppo delle nostre idee- che la vittoria degli uni o degli altri reca nel suo grembo sanguinoso. Una neutralità socialista che prescindesse dai possibili risultati della guerra attuale, sarebbe non solo un assurdo, ma un delitto. Ecco perché, sin dai primi di agosto, ci siamo rifiutati – anche a costo d’insorgere!- di collaborare cogli Imperi Centrali; in quanto avevamo ed abbiamo ancora ragione di deprecare la loro vittoria. Di qui il duplice aspetto della nostra neutralità di socialisti. Simpatica verso occidente, ostile verso oriente. Benigna verso la Francia, arcigna verso l’Austria-Ungheria. Questa “posizione” sentimentale e politica, ha avuto conseguenze pratiche immediate: il Partito Socialista ha dato la sua tacita approvazione al richiamo delle classi che dovevano garantire la neutralità dell’Italia, dalle possibili rappresaglie di un’Austria-Ungheria vittoriosa. Le classi richiamate sono state due (un’altra era stata richiamata prima in previsione di uno sciopero ferroviario) solo perché il vuoto dei magazzini militari non permetteva di più, non già perché i socialisti abbiano elevato protesta o tentato un’opposizione qualsiasi. È certo che nella prima quindicina di Agosto – quando i “passi” degli ambasciatori austro-tedeschi si facevano più frequenti e insistenti – noi avremmo accettato anche la mobilitazione generale dell’esercito, se per misura precauzionale il Governo l’avesse ritenuta necessaria. Noi abbiamo fatto allora la prima importante concessione alla realtà storica nazionale. Abbiamo sentito che sarebbe stato assurdo pretendere che l’Italia sola restasse inerme mentre tutta l’Europa era una selva di baionette che s’incrociavano nell’urto immane e gli stessi piccoli stati neutrali si armavano per non subire l’angoscioso destino del Belgio…. Abbiamo ammesso che bisognava tenersi pronti a difendersi da eventuali rappresaglie austro-tedesche. Questa ammissione può condurci lontano: a vedere, cioè se convenga di opporci praticamente a quella guerra che ci liberasse “in preventivo e per sempre” da tali possibile rappresaglie future.

Dal manifesto al “referendum”
Senza la vigorosa campagna anti-guerresca del Partito Socialista, a quest’ora, molto probabilmente, le correnti che vogliono la guerra per la guerra, avrebbero potuto, avendo il sopravvento, trascinare il Paese nel più irreparabile dei disastri. Questo “contrappeso” socialista è stato di una utilità provvidenziale. Inoltre il proletariato è rimasto immune dal contagio di ideologie estranee alla sua coscienza e ai suoi interessi di classe. Ciò è di un importanza capitale. Questo può dispiacere ai destri e ai democratici che pregustavano in caso di guerra, le gioie del potere in un blocco di concentrazione nazionale, ma i casi recenti di Molinella, lo stillicidio delle punizioni ai ferrovieri, e le condanne numerose pei moti di giugno, dimostrano che il proletariato deve tenersi appartato dall'”umanità” nazionale che è – in definitiva – l’umanità borghese.
È ad ogni modo, inqualificabile che si sia pensato di sfruttare la guerra europea per determinare una situazione parlamentare bloccarda! Le collere dei “destri” contro la campagna dei socialisti italiani, tradiscono la segreta acerbissima delusione per il … grande Ministero tramontato prima di sorgere!

Il manifesta tanto esecrato rappresenta un momento della nostra campagna antiguerresca. Quel “manifesto” doveva essere cosi. Non poteva essere che cosi. La neutralità assoluta non si sostiene che cogli argomenti dell’assoluto. Si prescinde dalla realtà varia e multiforme della vita e della storia, e ci si apparta nella torre eburnea dei principi supremi. Il referendum, seguito al manifesto, è il momento culminante della nostra opposizione guerresca. Perché non si doveva consultare il popolo? Sarebbe dunque vero che il “popolo” è sovrano soltanto nelle sacre carte della democrazia? Il diritto d’iniziative e di referendum non è tra i postulati del repubblicanesimo? O che le masse avrebbero solo il diritto di eleggere i deputati del riformismo monarchico e non quello di dire se vogliono o no la guerra? Democrazia sarebbe dunque facoltà di dichiarare la guerra – ignorino la volontà dei popoli (e in caso di resistenza la violentino con lo stato d’assedio) si capisce: la volontà dei popoli se consultata coinciderebbe assai raramente con quella dei re, ma che i socialisti accettino i sistemi dei governi borghesi, è assurdo. Ecco perché bisognava consultare la massa, anche perché il Governo avesse una chiara indicazione sullo stato d’animo di gran parte dell’opinione pubblica. Ma dopo il referendum che è stato l’atto più solenne della nostra opposizione, problemi nuovi sono sorti e situazioni nuove sono venute a determinarsi. Conviene tenerne conto e parlarne.

Il dilemma
La neutralità assoluta ci poneva di fronte a due pericoli estremamente gravi che occorreva sventare. Qui è l’origine delle famose dichiarazioni del Mussolini. La neutralità assoluta minacciava di “imbottigliare” il Partito socialista e togliergli ogni possibilità e libertà di movimento nel futuro. Accendere con una formula – che non imprigiona la storia – delle ipoteche sull’avvenire incerto, oscuro, imprevedibile, è un rischio estremo per un Partito che voglia combattere e non semplicemente e comodamente … sognare. Il primo pericolo da ovviare era di natura interna: è certo ormai – per mille segni – fra gli altri la non avvenuta denuncia del Trattato della triplice – che la monarchia italiana non vuol muovere in guerra contro gli antichi e attuali alleati. Ora l’opposizione dei socialisti anche ad una guerra contro l’Austria-Ungheria poteva favorire indirettamente il gioco triplicista della monarchia. Crearle, in un certo senso, un alibi presso l’opinione pubblica. Dare una giustificazione o un pretesto alla sua immobilità neutrale ma austro-tedescofila. Ora, la monarchia è scoperta. Non si può più diffamare dai nostri avversari – quasi sempre in malafede – la nostra opposizione alla guerra prospettandola come un ausilio alla politica triplicista delle classi dominanti italiane. Il pericolo d’ordine internazionale era questo e non meno grave del primo. Una opposizione socialista spinta agli estremi nel caso di guerra contro l’Austria-Ungheria non solo avrebbe svalutato il nostro atteggiamento anteriore, ma avrebbe potuto far nascere nell’opinione pubblica socialista e proletaria dei paesi della Triplice il sospetto di una nostra “complicità” sia pure involontaria con la politica degli imperi centrali. Il fatto che la “Nordeutsche Allgemeine Zeitung”, organo ufficiale della cancelleria del Kaiser – in commovente accordo coll’austriacante “Popolo Romano”, del “noto” Costanzo Chauvet – si compiacesse dell’atteggiamento di neutralità assoluta dei socialisti italiani offre materia di qualche riflessione. Notevole anche che l'”Arbeiter Zeitung” di Vienna si rammarica del nuovo atteggiamento dell'”Avanti!” e lo attribuisce … allo sconvolgimento degli spiriti provocato dalla guerra. Sono facezie… viennesi! A coloro che intendono la neutralità assoluta nei confronti dell’Austria-Ungheria come l’impegno per un’azione pratica che eviti la guerra, il dilemma va posto in questi termini: se dopo al referendum, voi volete continuare ad accentuare l’opposizione alla guerra, dovete prepararvi a fare la rivoluzione. Per evitare una guerra, bisogna abbattere – rivoluzionariamente – lo Stato. Quando? Non certo alla vigilia della mobilitazione, ma appena il pericolo si delinei all’orizzonte. In Italia il momento buono sarebbe l’attuale. Vogliamo correre – per evitare una guerra- questa enorme avventura? E sia. Ma credete voi che lo Stato di domani, repubblicano o social-repubblicano (di più non è permesso attendere), non farà la guerra, se le necessità storiche – interne ed esterne ve lo costringeranno? E chi vi assicura che il Governo uscito dalla Rivoluzione non debba cercare- appunto in una guerra – il suo battesimo inaugurale? E se (siamo nel campo delle ipotesi) gli Imperi Centrali trionfanti intendessero riporre sul soglio dell'”antico regime”, sareste voi dunque o neutralisti assoluti ancora contrari a quella guerra che dovrebbe salvare la vostra, la nostra rivoluzione? Ma dinnanzi a queste ipotesi… future (che però hanno… molti precedenti nella storia) rifiutarsi di distinguere fra guerra e guerra e pretendere di opporsi a tutte le guerre con identici mezzi, non è dar prova di una “intelligenza” confinante con l’imbecillità?

Nazioni e internazionale
Chi nega l’esistenza di “problemi nazionali” è simile all’aristotelico Simplicio nei dialoghi di Galileo sui massimi sistemi. Poiché il sommo stagirita aveva detto che i nervi si dipartono dal cuore, il suo fedel discepolo Simplicio, molti secoli dopo, non voleva convincersi della realtà contraria, anche sperimentandola. I “Simplicio” del socialismo che negano l’esistenza dei problemi nazionali non sono meno ciechi e dogmatici del Simplicio aristotelico. I problemi nazionali esistono anche per i socialisti. Non è inopportuno ricordare che il comizio del 28 settembre 1864 al Martins-Hall di Londra, che diede origine all’internazionale, fu un comizio di solidarietà alla Polonia straziata da Muraview. Esiste oggi in Polonia un Partito Socialista rivoluzionario “nazionale”, che ha nel suo programma la ricostituzione a nazione indipendente della Polonia. Le vicende del Partito socialista austriaco e la clamorosa scissione degli czechi dalla centrale tedesca di Vienna, dimostrano non solo l’esistenza dei problemi nazionali, ma anche che tali problemi non risolti turbano lo svolgimento della lotta di classe. Non si scivola sul terreno dell’irredentismo ammettendo l’esistenza di un problema “nazionale” italiano oltre gli attuali confini d’Italia. Il caso del Trentino è tale che forza alla meditazione i neutralisti più assoluti fra gli assoluti. Se questo popolo italiano fosse insorto contro l’Austria, con qual coraggio noi socialisti, che abbiamo avuto fremiti di solidarietà per gli insorti armeni, candiotti etc. etc. avremmo impedito un intervento italiano? Ora il Trentino è “virtualmente”, moralmente insorto. Poiché il problema dell’intervento militare italiano esorbita dalle nostre capacità e responsabilità di Partito di minoranza, con ideali lontani, cui spetta la soluzione dei problemi nazionali, movesse contro l’Austria-Ungheria, noi – opponendoci – non faremmo che sacrificare il Trentino e giovare all’Austria-Ungheria, la quale – ciò va ricordato ai socialisti – è il baluardo vero e maggiore della reazione europea. Preti e gesuiti sono appunto “neutralisti” per amore dell’Austria vaticanesca e temporalista! Se il concetto di “nazione” è superato, se la difesa nazionale è un assurdo per i proletari che non avrebbero niente da difendere, noi dobbiamo avere il coraggio di sconfessare i socialisti del Belgio e di Francia che dinnanzi all’invasione tedesca hanno confuso – temporaneamente, si capisce! – nella nazione la classe e dedurre di conseguenza che un solo socialismo v’è al mondo, genuino, autentico, purissimo: il socialismo italiano… Ma è un atto di superbia, che per molte ragioni non ci conviene!

Situazione – eventualità
Noi socialisti italiani possiamo anche non accettare il punto di vista dei socialisti francesi, belgi, inglesi. Possiamo ammettere che i loro giudizi siano il risultato della situazione eccezionale in cui si trovano quei nostri compagni. Ma non possiamo nemmeno chiudere l’orecchio alle voci che ci giungono d’Oltre Alpe. Sarebbe ingeneroso e antisocialistico. Finché Hervè ci dirige le sue epistole presuntuose e insolenti, possiamo scrollare le spalle e pensare che il brav’ general vuole farsi perdonare i suoi trascorsi di sans patrie, ma quando parlano altri uomini – i giganti – che alla causa del socialismo e della rivoluzione sociale hanno dedicato tutta la loro vita, bisogna almeno ascoltare. Amilcare Cipriani- nome caro a tutti i socialisti- ha detto che i socialisti italiani dovrebbero concedere all’Italia di scendere in guerra contro l’Austria-Ungheria. Eduard Vaillant, il condannato a morte della Comune, ha parlato chiaro sugli obbiettivi della Francia nella guerra contro il militarismo imperialista della Germania. H.M. Hyndmann, il capo dei marxisti inglesi, ha auspicato l’intervento dell’Italia con questi obbiettivi:

1 – per tenere alto il diritto proprio a salvaguardare la libertà e l’indipendenza dei piccoli Stati;
2 – per ottenere la fine della guerra e l’emancipazione delle nazionalità oppresse in Europa;
3 – per contribuire ad affrettare la fine di questa terribile conflagrazione;
4 – per assicurare all’Italia il diritto di reclamare la cessione di territori ai quali essa giustamente aspira per ragioni storiche e di razza.

Pietro Kropotkin, uomo a cui nessuno vorrà negare la devozione infinita alla causa rivoluzionaria, si esprime nella lettera pubblicata nel “Freedom” di Londra ai primi di ottobre, in termini ancora più espliciti. Tutto ciò deve essere meditato. Via aperta!
Marx opinava che “chi compone un programma per l’avvenire, è un reazionario”. Paradosso! Nel nostro caso però,verità. Il programma della neutralità “assoluta”, per l’avvenire è reazionario. Ha avuto un senso, ora non l’ha più. Oggi, è una formula pericolosa, che ci immobilizza. Le formule si adattano agli avvenimenti, ma pretendere di adattare gli avvenimenti alle formule è sterile onanismo, è vana, è folle, è ridicola impresa. Se domani- per il gioco complesso delle circostanze- si addimostrasse che l’intervento dell’Italia può affrettare la fine della carneficina orrenda, chi – fra i socialisti italiani – vorrebbe inscenare uno “sciopero generale” per impedire la guerra che risparmiando centinaia di migliaia di vite proletarie in Francia, Germania, Austria ecc ecc, sarebbe anche una prova suprema di solidarietà internazionale? Il nostro interesse- come uomini e come socialisti. non è dunque che questo stato di “anormalità” sia breve e, liquidi, almeno, tutti i vecchi problemi?
E perché l’Italia – sotto la pressione dei socialisti – non potrebbe domani a costituirsi mediatrice armata di pace, sulla base della limitazione degli armamenti e del rispetto ai diritti delle nazionalità tutte? Sono ipotesi, eventualità, previsioni, sappiamo bene. Ma tutto ciò dimostra che noi non possiamo “imbozzolarci” in una formula, se non vogliamo condannarci all’immobilità. La realtà si muove e con ritmo accellerato. Abbiamo avuto il singolarissimo privilegio di vivere nell’ora più tragica della storia del mondo. Vogliamo essere – come uomini e come socialisti- gli spettatori inerti di questo dramma grandioso? O non vogliamo esserne – in qualche modo o in qualche senso- i protagonisti? Socialisti d’Italia, badate: talvolta è accaduto che la “lettera” uccidesse lo “spirito”. Non salviamo la “lettera” del Partito se ciò significa uccidere lo “spirito” del socialismo!

Benito Mussolini

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