Discorso di D’Annunzio contro Nitti

Disobbedisco, discorso di G. D’Annunzio del 30 giugno 1919 contro Nitti

Categoria: Gabriele D’Annunzio

Se l’altra sera, vigilia dei santi Pietro e Paolo apostoli, congiungendosi Mercurio con la Luna per concepire il nuovo mito giolittiano, io non avessi sdegnato di assistere a un comizio che il buon popolo di Roma lasciò regolare dallo zelo di un centinaio di sbirracchiuoli della più bassa specie e da qualche «superiore» legittimamente fiero di aver convertito nel tozzo bastone del questurino la sciabola inservibile già strascicata negli uffici e al caffè, credo che avrei parlato in questo tenore:
“Cittadini, io sono venuto qui non per arringarvi, non per gettarvi anche una volta la voce dell’abominazione e dell’incitazione, non per ripetere parole che vi trapassino l’osso del capo da un fóro all’altro senza fermarsi.
Sono venuto per sentire come batta il vostro polso, come si intoni il vostro cuore, come si comporti il vostro fegato.
Imaginate che io sia un medico sagace e duro, scampato da un ospedaletto da campo.
È il 28 di giugno. La sera del 28 di maggio, or è un mese giusto, io partivo accompagnato dal vostro generoso e impetuoso fervore, fin quasi al Portonaccio, attraverso le rotaie che brillavano meno dei vostri mille e mille occhi. Partivo promettendo di tornare nell’ora della nuova lotta per avere da voi le nuove armi da sostituire a quelle che fui costretto di rendere per preservare la mia nobiltà e la mia libertà di uomo contro un tentativo odioso di ammutolimento.
Ci fu chi credette ch’io fossi per dire: «Obbedisco.»
Il verbo è vecchio, se bene garibaldino; e i tempi sono mutati, se bene sembri che siamo in utile regresso verso il 1910 o giù di lì. Lasciamo le parole storiche ai libri scolastici approvati dai «superiori».
Dissi invece, a voce chiara, a testa alta: «Disobbedisco.»
E non ho lasciato un comando se non per prenderne un altro.
Ma voi che avete fatto intanto, mentre io preparavo in silenzio, senza perdere un’ora, qualcosa di cui avrete notizia, spero, fra non molto?
Quali armi voi mi date? come vi siete ordinati e disposti alla lotta? con quale proposito? con quale disciplina?
Mi sembra che voi non aspiriate se non al premio della pazienza, che certamente sarà istituito dal nuovo paterno regime. Il quale, ammettendo nel suo pentolone i miscugli e intrugli più diversi, è capace di far sua anche la sentenza francescana: «La pazienza è opera di perfezione, e prova di virtù.»
Mi felicito con voi virtuosissimi.
Sono venuto qui appunto per misurare la vostra pazienza, che sembra incommensurabile.
Non v’adontate dell’ironia. Ma vi domando, in verità, in lealtà, come avete voi preparata e preordinata la vostra forza, la vostra azione, se fu possibile in pochi giorni agli uomini della disfatta, in questa Italia che deve rimaner vittoriosa pur sopra la sua negata vittoria, risollevare il loro morto mondo?
Stavo per dire, tratto dall’assonanza: il loro sporco mondo. Ed era più giusto.
Ora a me medesimo, al mio sforzo ostinato, io domando: «Se il fermento di continuo si spegne, giova rinnovarlo? Se di continuo il lievito sbolle, giova rimescolarlo?»
Da quattr’anni segno la mèta, e verso la mèta vado innanzi a tutti, senza macchia e senza paura. Che posso fare di più?
Ed ecco che mi ritrovo tra i piedi, ecco che ci ritroviamo tra i piedi i tetri becchini dell’eroismo.
Questa gente seppellisce l’eroismo come una intollerabile carogna. E nasconde la sepoltura sotto l’enorme cartame burocratico, sotto le cedole d’obbligazione, i titoli di banca, i listini di borsa, a mucchio.
Ebbene, che l’eroismo sia propagginato, con la testa in giù, e non osi neppure di springar le gambe, se glie ne restano. Che i combattenti si contentino d’essere bene o male amministrati da un consiglio di borsaiuoli. Se non solleva la nostra potenza di creazione, il culto degli eroi a che ci serve?
Quel che l’eroismo non poté creare, la fame lo creerà. La fame è una creatrice di mondi, come il desiderio. Ma è proprio necessario che il nostro pane quotidiano sia zeppo di vermi?
Masticatelo così, se vi piace. Io preferisco l’inedia.
Se seguissi il mio istinto, io stasera, con le latte di benzina che avanzarono alla beffa di Buccari, andrei a bruciare il Palazzo Braschi, infischiandomi della bella scalinata di Pio VI. Con una delle mazze ferrate a spunzone, che prelevai dal bottino del Faiti, andrei a sgonfiare il ciccioso dirimpettaio del Tritone, che arrotonda le sue gote non a similitudine del semidio acquatico ma di quell’abbondanza con la quale siede sul potere, e per una bisogna della medesima specie. Con le mie vecchie ali carsiche cento e cento volte forate, calando a cinquanta metri sul lucernario, come dal cielo dell’Ermada su le fanterie austriache nel mio tempo gaio, mollerei su Montecitorio tutto il carico di bombe che risparmiai a Schoenbrunn.
Voi pensate che stasera è tardi, che qui ci sono troppe donne curiose e troppi spettatori pacifici, che le vie sono sbarrate da troppi elmetti immemori delle loro vecchie ammaccature e da troppe lucerne incaricate di illustrare in piazza la strategia di Vittorio Veneto. Voi pensate che per ora sia meglio andare a coricarsi e rimandare lo scoppio alle calende gionittiane che succedono alle greche non senza vantaggio.
Lungo la Bainsizza, trascinando le mitragliatrici catturate e i «cecchini» prigionieri, i giovani combattenti cantavano a squarciagola:
«Lassatece passà, semo romani…»
I fanti della Bainsizza, e di tutti gli altri campi gloriosi, ora proteggono la setta cinica che si fregò le sudice branche e sbavò di contentezza all’annunzio della ignominia di Caporetto.
Li ritroveremo davanti a Montecitorio, quando si riaprirà il Parlamento per l’applicazione nazionale di chi sa quali vessicanti ed empiastri.
«Lassatece passà, semo romani…»
Come al Grappa, come al Piave, i combattenti, ispirati dal divino entusiasmo del Birro supremo, risponderanno: «Di qui non si passa.»
Difenderanno il letamaio legislativo come difesero il santo fiume e il santo monte.
Voi tornerete a casa, e pazientissimamente aspetterete il premio della pazienza.
Vi saluto, cari promettitori del 28 maggio. Oggi è il 28 giugno, vigilia dei santi Pietro e Paolo apostoli. Tornate a casa, mettete la testa fra due guanciali. E mandatemi una buona volta al diavolo.”
In questo tenore avrei discorso nella radunata dei tolleranti, sotto il naso vermiglio dei due «angeli custodi» che sono oggi la perpetua scorta d’onore imposta al compagno di Giovanni Randaccio, di Luigi Rizzo e di Natale Palli.
L’assemblea popolare fu riconvocata nella piazza Barberina. E il bando fu vano.
Mi condolgo col popolo di Roma.
Quando il popolo si muove, non può non sfondare l’ostacolo. Quando il popolo delibera d’infliggere il castigo e di far vendetta, non può non condurre a compimento il suo proposito. Il suo fato è leonino. La sua legge è leonina. Tale fu nel maggio della guerra contro quegli altri uomini di governo in commercio con lo straniero, in servizio dello straniero; e prevalse. Non può oggi non prevalere.
Avevo detto che i nostri morti erano stati uccisi una seconda volta. L’altra notte i nostri morti furono uccisi per la terza volta; e la profezia sinistra fu perfetta.
Essi furono finiti a colpi di bastone italiano, come quelli che boccheggiarono sotto le atroci mazze austriache.
E i soldati, i compagni d’armi, i combattenti dell’Isonzo e del Carso, di Plava e di Gorizia, del Monte Nero e dell’Adamello, di Col d’Echele e di Col Moschin, di Fagarè e di Callalta, assistettero al delitto senza scrollarsi. La goffa paura d’un corruttore di vecchi fu per loro sacra come le strida delle donne che chiamavano aiuto di là dal Piave nelle notti di novembre. E il malalbergo dove si rifugia il ventriloquo di molte frodi fu da loro difeso come Casa Pirami o Casa Allegri fra Capo Sile e Cortellazzo.
Veramente la profezia sinistra è perfetta.
Bisogna convocare nella piazza Barberina i quattro ordini della nostra passione perché contemplino l’imagine finale della nostra vittoria.
Vengano le madri, quelle che non hanno abbandonato le gramaglie, quelle dagli occhi inariditi, quelle che andarono dalla Sicilia nel Veneto, dalla Puglia in Lombardia, con un solo pezzo di pane avvolto in un fazzoletto, viaggiando giorni e giorni al modo del bestiame, per giungere a veder morire nella fede il figliuolo sorridente.
Vengano poi le sorelle a lutto, le fidanzate a lutto, le vedove e gli orfani: la grande compagnia nera, la milizia di dolore, lì ferma, con lo sguardo fisso.
E poi vengano gli invalidi, vengano i monchi, gli stroppii, i rattratti, i torsi rimasti su gli inguini in luogo di calcagna, i visi rabberciati con le ricuciture e con gli innesti, i santi mostri che stentano mezzi automi e mezzi uomini, i nati dalla matrice rifatti dall’arte meccanica, tutti quei corpi umani che potò la guerra, e la potatura atroce li accrebbe di magnanimità come rinvigorisce gli alberi.
Vengano i martiri sopravvissuti, i confessori stracciati e smembrati ma con la testimonianza ancor viva in bocca.
Vengano gli orbi, vengano i ciechi, quelli che accettarono il buio per preservare la luce del mondo, quelli che non possono più scrutare la verità nei volti ma giudicano l’animo dal suono del passo.
E poi vengano i morti rimorti.
E questi quattro ordini (i ciechi hanno una visione terribile) questi quattro ordini contemplino in silenzio l’imagine opposta al sacrifizio dall’uomo che non si nomina.
Chi, parlando degli invalidi, li assomigliò alla siepe risecata, alla selva rimondata, lungo la quale doveva fremere la vittoria inclinandosi quando l’avessero ricondotta in patria i battaglioni color di terra?
Ecco il triste mutilato, a cui la pensione troppo attesa è umiliante elemosina, eccolo, manomesso dal poliziotto travestito, traballare fra lattoni e sberleffi, girar sul tacco di legno, cadere di schianto e rimaner lungo sul lastrico.
Egli aspetta, o Romani, che l’ombra di Enrico Toti lo venga a raccogliere.
Anche l’uomo delle grucce è un soldato che sa rispondere: «Disobbedisco.»
Egli volta le spalle agli elmetti che si confondono con i pentolini della sbirraglia a cui la vigliaccheria ben protetta profonde le elargizioni negate alle madri e agli orfani dei morti rimorti.
O forse non volta le spalle ma va diritto con la sua gamba, e si punta, e ficca gli occhi negli occhi, e riesce a superare la barra.
E, compromettendo forse pel suo buon popolo il premio della pazienza, sputa su la faccia adiposa che pur ieri mal sorrise agli ossequii e ai vóti di non so quali combattenti addomesticati.
Viva l’Italia!

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