Discorso di Depretis alla Camera del 28 marzo 1876

Discorso pronunciato dall’On. Depretis Presidente del Consiglio dei Ministri alla Camera dei Deputati nella seduta del 28 marzo 1876.

DEPRETIS (Presidente del Consiglio, ministro per le finanze) – Signori, in seguito alla dimissione del Ministero presieduto dall’onorevole Minghetti, Sua Maestà si compiacque di affidarmi l’incarico di comporre una nuova amministrazione.
Nel dare questo annunzio, come è mio dovere, alla Camera, io le chieggo la facoltà di esporre brevemente e colla maggiore possibile precisione quali sono gli intendimenti dell’attuale Gabinetto.
L1 Camera e il paese già conoscono quali sono i senti menti a cui sin qui si sono ispirati, quali le dottrine che hanno sempre professate gli uomini che, onorati della fiducia di Sua Maestà oggi assumono il Governo, e si presentano, signori, innanzi a voi.
In molti anni di discussioni parlamentari noi abbiamo avuto occasione di esporre e di svolgere le nostre idee: il tempo ha potuto temperarne alcune, ma ne ha raffermate e chiarite molte altre.
Chi ha l’onore di parlarvi, o signori, ebbe, non è molto, una naturale occasione di spiegare pubblicamente le sue convinzioni politiche tanto sui pericoli a cui si va incontro per soverchio studio di stabilità, quanto sui concetti fondamentali della parte politica, cui mi onoro di appartenere. Svolsi allora, specificai e circoscrissi nei suoi confini pratici il programma dell’Opposizione costituzionale, che adesso diventa un programma di Governo.
Nei punti capitali di questo programma ho trovato consenzienti gli uomini che con me si sobbarcarono a dare un nuovo indirizzo alla pubblica amministrazione. Sono certo per lunga prova, che a questo programma rimarranno fedeli i miei colleghi che con me militarono nelle file dell’Opposizione parlamentare: spero che non ne dissentiranno, al meno rispetto alla tendenza generale ed allo spirito vivificatore, anche quegli onorevoli deputati che a noi si associarono per costituire una maggioranza nuova, sulla quale il Ministero attuale deve ragionevolmente fare assegnamento, come fa assegnamento sul paese.
A formare questa nuova maggioranza concorsero, se mal non mi appongo, due cause principali: la ripugnanza che Governo e Parlamento si lasciassero distrarre, per questioni dubbiose, e fors’anche irritanti, dalla cura suprema di man dare a buon termine le questioni di finanza; e il desiderio che si ponesse maggior cura nell’interrogare i sentimenti della nazione e nel tutelare la sincerità e la dignità delle istituzioni rappresentative. (Benissimo! a sinistra.)
Noi non perderemo di vista queste due ammonizioni.
Sulla prima avremo a parlare fra breve, ma ci piace pigliar le mosse dalla seconda.
Noi dobbiamo, signori, guardarci, guardarci bene, dal creare un paese legale, come dicevasi in una nazione vicina in un’epoca che io non esito a chiamare nefasta; bisogna guardarsi dal creare un paese legale che non sia una nuda presunzione di diritto, in disaccordo colla realtà, in disaccordo col paese vero.
Noi per parte nostra porremo ogni studio perché la lettera e la forma delle nostre istituzioni non ne debilitino lo spirito.
La sincerità delle elezioni, della libertà del corpo elettorale, il rispetto che gli è dovuto pel fatto stesso dell’alto e decisivo arbitrato che gli è affidato dallo Statuto, sono la salute, sono l’anima, sono l’essenza degli ordini rappresentativi. (Bravissimo!) Senza di ciò viene a scemare l’autorità del Parlamento, viene a mettersi in dubbio la vitalità del sistema costituzionale. Perciò primo e supremo compito nostro sarà quello di rimuovere anche ogni dubbio il più lontano intorno alla sincera, leale e piena attuazione delle istituzioni rappresentative. (Benissimo! Bravo! a sinistra.) A quest’uopo noi studieremo quanto più presto ci sarà con cesso una proposta per riformare la legge elettorale politica, la quale usci dai pieni poteri nel 1860, e che ora, a nostro parere, vuole essere riveduta. (Bene.) Alcune disposizioni di essa trovansi perfino in disaccordo colle leggi civili che regolavano e che regolano ancora la condizione delle persone dei cittadini.
Ma per assicurare, o signori, la sincera espressione e lo spontaneo atteggiarsi, dirò cosi, della pubblica opinione, con verrà anche pensare ad impedire o almeno diminuire il cumulo degli uffici elettivi cogli uffici governativi. (Viva approvazione a sinistra.) Converrà mantenere quelle tanto ripetute promesse di restituire ai corpi provinciali e comunali la libera gestione degli interessi di cui la legge ha loro affilato la rappresentanza. (Bene.) Converrà sfrondare le inutili ingerenze del Governo centrale nelle istituzioni d’interesse locale: ed infine converrà alleggerire la responsabilità degli alti dica steri e degli stessi ministri, liberandoli dal pericoloso impegno di difendere ogni deviazione illegale dei loro agenti, dichiarando che tutti gli ufficiali pubblici debbono rispondere avanti alla giustizia nazionale. (Bene! – Applausi a sinistra.)
Essi devono rispondere avanti alla giustizia nazionale di ogni violazione di legge. (Benissimo!)
E perché questa responsabilità sia accompagnata dalle necessarie guarentigie, noi pensiamo essere indispensabile di mantenere ciò che fu già promesso più volte, pur troppo senza alcun effetto, dalle precedenti amministrazioni, cioè di miglio rare la condizione economica degli impiegiti, e di assicurarne i diritti con disposizioni di legge: i quali provvedimenti riesciranno a scemare il numero e nel tempo stesso ad accrescere l’onorata e sconvenientemente retribuita operosità dei funzionari dello Stato. (Bravo!)
Questi provvedimenti, o signori, mirano tutti al supremo intento di procurare la sincerità delle istituzioni rappresentative, a rendere impossibile che la gran giuria nazionale possa essere composta per suggestione e nell’interesse di coloro che devono esserne giudicati. (Bene.)
Questo, o signori, è il punto che più ci importava di chiarire.
Degli altri intendimenti nostri toccheremo per sommi capi.
Non occorre, signori, che io ripeta quello che più e più volte, ed in più occasioni, sentii raccomandare da ogni parte della Camera, cioè di ricondurre la nostra magistratura al l’altezza che compete ai ministri della nostra religione civile (Viva approvazione a sinistra); alla necessità di mostrare col fatto che al disopra dello stesso nostro patto politico sta il culto della giustizia, su cui riposa il fondamento della umana convivenza.
L’assoluta indipendenza della magistratura, è il primo postulato della sincerità degli ordini politici. (Bene!) Noi, per parte nostra, porre no ogni studio per rimuovere ogni indebita ingerenza del Governo in questa suprema funzione, che è la guarentigia della pace pubblica e della verità sociale. (Benissimo!)
Ed a questo punto noi dobbiamo ricordare quanto importi che sia al più presto compiuto l’ordinamento dello Stato, coll’opera della codificazione nazionale, che non deve più a lungo rimanere ritardata.
Di un’altra magistratura, signori, che pronunzia i suoi verdetti nel segreto delle coscienze (Segni di attenzione), forse qui non tornerebbe conto di parlare. Le questioni intorno alla polizia ecclesiastica non si possono discutere con brevi parole.
La discussione che si è agitata nella Camera su questo tema già dette comodo all’Opposizione di svolgere le sue idee, nelle quali consentivano non pochi dei nostri onorevoli colleghi che siedono in altre parti della Camera. A noi preme di dichiarare che in questa, come in qualunque altra materia, il nostro Governo non sarà mai aggressivo. Nessuno spirito di ostilità, ma nessuna illusione conciliatrice. (Viva approvazione a sinistra.) L’equa e ferma applicazione delle leggi generali e la interpretazione restrittiva e rigorosa delle leggi speciali di privilegio, dettate da una prudenza politica che l’esito ha tuttavia dimostrata eccessiva, ma che in ogni modo non deve essere senza gravi e nuovi motivi ripudiata. (Bene.)
Dopo tutto ciò il Ministero sente l’obbligo di dare compimento alle promesse già tante volte ripetute, di presentare cioè formali proposte di legge per risolvere le questioni su questa materia rimaste in sospeso, tanto per premunire con apposite sanzioni la libertà di coscienza e i diritti sociali contro gli abusi che si commettono nell’esercizio dei culti, quanto per regolare l’amministrazione dei beni della Chiesa, affinché l’associazione spirituale dei cattolici rimanga un fatto spontaneo vivificato dall’ingerenza laicale. (Benissimo!)
Vengo ad un altro tema.
Antichissimo placito, o signori, che madre di ogni servitù è l’ignoranza. Ond’è che noi crediamo stretto dovere nostro di riprendere quanto più presto lo consentiranno le esigenze e i vincoli della vita quotidiana, il tema dell’istruzione popolare obbligatoria. (Benissimo! a sinistra.) La quale vi apparirà, o signori, più urgente quando avremo dinanzi a noi le rivelazioni dell’inchiesta già proposta, e di cui affretteremo l’attuazione, sulle condizioni delle nostre popolazioni campagnuole, che sono nerbo e forza della milizia e della agricoltura, queste due arti virili, congenite nel nostro paese, alle quali l’antica Roma dovette la meritata sua grandezza.
(Benissimo!)
Questa materia dell’istruzione pubblica, che può dirsi l’anima della nostra Chiesa civile, si dovrà trattare in ogni parte, dall’imo al sommo, dalla scuola elementare al riordinamento degli studi superiori.
E di questa materia vuolsi, a nostro avviso, deferire l’esame e la decisione ai consessi sovrani, i quali non potrebbero al certo trovare argomento né più glorioso né più degno della loro sapiente sollecitudine.
Non volendo precorrere gli studi che i miei onorevoli colleghi si accingono a fare delle materie affidate alla loro amministrazione, mi contenterò di dirvi brevi, anzi brevissime parole, intorno all’indirizzo della nostra politica estera (Vivi segni di attenzione), sulla riforma dell’esercito e sulla marineria militare.
A nostro avviso, la politica estera del nostro Governo in questi ultimi anni, è stata resa facile dai grandi avvenimenti che si sono compiuti in Europa. L’Europa comprese anche meglio che l’Italia era una garanzia solida di pace e di tranquillità. Le nostre relazioni coi Governi esteri noi cercheremo quindi di condurle con prudenza non minore di quella che fu adoperata dai nostri antecessori. Solo non vorremmo né potremmo dimenticare che l’Italia per tenere l’alto posto che il suo passato, la sua vocazione geografica, il numero dei suoi abitanti le assegnano, e che non le è sempre consentito, deve cercare nella simpatia dei popoli civili la conferma di quella sicurezza, che già ottenne dal consenso e dall’interesse dei Governi.
Quanto alle cose dell’esercito nazionale, dopo che, o signori, l’augusta parola del Re, dopo che l’affermazione fondata sulla personale esperienza del Primo Soldato d’Italia ci ha confortati a bene sperare, noi dobbiamo continuare l’opera, cui diede mano, con sagace pertinacia, il precedente ministro della guerra (Bravo! Benissimo! a sinistra), il quale, possiamo dirlo, ebbe l’appoggio non solo dei suoi amici politici, ma ebbe anche l’appoggio cordialissimo di quella parte della Camera ove sedettero gli uomini che stanno dinanzi a’ voi.
Il nostro ordinamento militare è fondato sugli stessi principii generali adottati dalla maggior parte delle grandi potenze d’Europa, ed è già molto innanzi nella sua pratica attuazione. Noi ci proponiamo di ripigliare l’opera interrotta, di compierla, di perfezionarla.
Noi seguiremo con uguale fiducia l’opera intrapresa per la trasformazione del materiale della marina militare.


Ci aiuteremo coll’esperienza delle grandi potenze marittime ed anche colla esperienza nostra.
Saremo poi lietissimi in quel giorno nel quale la condizione delle finanze ci permetterà di allargare i limiti adesso posti al bilancio della marina, tantoché ci sia possibile di darle un assetto che sia proporzionato ai bisogni della difesa nazionale e sia degno dell’Italia, che fu la patria dei più grandi navigatori del mondo. (Bene.)
La marina mercantile, o signori, sarà pure oggetto di tutta la sollecitudine del Governo. I nostri marinai, è noto a tutti, coll’abilità, colla costanza, colla parsimonia sostengono colla sola vela, in tutti i mari del mondo, la formidabile concorrenza del vapore. Noi affrettiamo coi nostri voti la sanzione del nuovo Codice della marina mercantile che le recherà apprezzabili miglioramenti, diminuendo gli aggravi e sopratutto togliendo di mezzo i vincoli.
Dove, o signori, troveremo certo delle gravi difficoltà, dove non basteranno né il filo delle tradizioni parlamentari né le aspirazioni dei nuovi bisogni, sarà il tema dei lavori pubblici.
L’uomo egregio che mi sta vicino e che ha consentito a sobbarcarsi a questo gravissimo carico, cominciò, senza in frammettere un’ora di indugio, a considerare, ed a studiare no vellamente le questioni più urgenti che noi abbiamo ereditate.
Ne indicherò solo alcune.
Noi ristudieremo il progetto di legge dei lavori del Te vere. Quest’opera, o signori, deve provare, con un beneficio immortale, che l’Italia non è venuta ad accamparsi a Roma, ma venne a Roma per vivervi la vita del cuore. (Bravo! Benissimo!)
L’altro tema gravissimo delle convenzioni ferroviarie, voi lo sentite tutti, o signori, merita la più matura considerazione. Noi faremo un esame affatto scevro di qualunque preoccupazione del trattato coll’impero austro-ungarico per la separazione delle reti ferroviarie e della convenzione pel riscatto delle ferrovie dell’Alta Italia. Ma noi, lo dichiariamo fin d’ora (Movimenti d’attenzione), non potremo indurci a raddoppiare la responsabilità del Governo e il peso del l’amministrazione coll’assumere l’esercizio delle strade ferrate (Benissimo a sinistra), esercizio che, per quanta importanza abbia nei riguardi militari e politici, presenta però le difficoltà e la complicazione di una vera azienda industriale. Soltanto come necessità insuperabile, che finora però non ci fu dimostrata, e come fatto transitorio, potremo consentire a che lo Stato assuma il temporario esercizio di una parte delle nostre ferrovie. (Movimento a destra.)
Ma su di ciò, come sul riordinamento delle grandi compagnie di navigazione, sull’ampliamento del porto di Genova, che è quanto dire del gran porto d’Italia, e che dovrà ad uno splendido atto di generosità e di virtù cittadina la possibilità di un definitivo assetto, noi avremo l’onore di presentare formali proposte alla Camera.
Voi comprenderete, o signori, che in tanta strettezza di tempo, di cui non ci renderete certamente responsabili, noi dovremo necessariamente limitarci a chiedervi la discussione di quelle sole fra le diverse proposte che ci stanno dinanzi, che non potrebbero essere tenute in sospeso senza danno della cosa pubblica.
La risoluzione di queste grandi questioni e di quelle che si avranno a proporre per accelerare i lavori delle strade ferrate nelle provincie meridionali e nelle isolane d’Italia che più rimangono appartate dal movimento commerciale, voi ben lo comprendete, o signori, è indissolubilmente col legata colla situazione finanziaria.
Dirò su questa brevissime parole.
Voi avete sentita giorni fa un’eloquente esposizione riassuntiva, che io non sono adesso in grado di rifare, e che non posso in questo momento esaminare. Però non esito a dire che dal 1870 in poi le finanze italiane si avviarono ad un progressivo miglioramento, al quale contribuirono le imposte nuove e il naturale svolgimento delle vecchie; ha contribuito pure, lasciatemelo dire, al miglioramento delle finanze, l’aiuto di tempi quieti, e la veramente eroica longanimità del popolo italiano. (Bravissimo!)
Ma noi, o signori, non crediamo che il miglioramento finanziario abbia proceduto, come avrebbe dovuto procedere, di pari passo o a poca distanza dal movimento economico.
Finché sussiste il corso forzato, esso costituisce un ostacolo gravissimo allo sviluppo delle forze produttive del paese; e non solo costituisce un ostacolo alla produzione nazionale, ma resta come una minaccia permanente sullo stesso pareggio, anche quando siasi realmente ottenuto.
Egli è perciò, o signori, che l’attuale amministrazione farà oggetto di studio questo importantissimo argomento.
Intanto noi non dimenticheremo che la esattezza nello esigere e la parsimonia nello spendere sono i due canoni fondamentali della buona finanza. Noi non abbandoneremo questi capisaldi della nostra amministrazione, nella quale ci siamo proposti di fare sì che non iscemino nemmeno di una lira le rendite dello Stato, e che nessuna nuova spesa sia consentita se non si prevedono i mezzi per farvi fronte. (Approvazione a destra.)
Godo proprio di vedere che la base del mio partito si va allargando…. (Movimenti.)
Sotto queste norme direttive noi ci occuperemo della trasformazione e del miglioramento del nostro sistema tributario: opera ardua, complessa, le cui difficoltà non le vedremo interamente dileguate se non quando, ottenuto il pareggio, ma ottenutolo realmente, saremo meno preoccupati delle possibili e spesse volte imprevedibili conseguenze di una innovazione e di una trasformazione dei tributi.
Da questo circolo, signori, tracciatoci dalla necessità delle cose, prima che dalla prudenza amministrativa, noi non intendiamo di uscire. È bene che lo sappiano amici ed avversari, Però noi cercheremo nelle pressure della esazione i mo di più lenitivi, che per noi non vogliono dire altro che i modi più giusti. (Benissimo.)
Non sarà perduta, o signori, per noi l’ammonizione di parecchi fra i nostri onorevoli colleghi, i quali, dopo aver proposto rimedi sopra rimedi contro i troppo impazienti ed irrazionali metodi di esazione, dovettero cercare la soddisfazione dei loro reclami in un voto di scontento, che io come ministro delle finanze cercherò di non meritare. (Benissimo! a sinistra.)
Certo, ognuno sa che non si è trovato ancora balzello che sia pagato volentieri; ma in tutti i!balzelli, e massime in quelli che più toccano il sommo della gravezza, per esempio il macinato e l’imposta di ricchezza mobile, è necessaria la evidenza della giustizia. (Benissimo! a sinistra.) È necessario che alla durezza della legge non si aggiunga neppure l’apparenza, neppure l’ombra, della sofisticheria fiscale.
(Viva approvazione a sinistra.)
Vecchia massima dei finanzieri è che nella manifattura delle imposte, la forma vince la sostanza, e che importa assai più pensare come si pigli che quello che si piglia. Ma il modo di ripartizione e di esazione è più importante di quello che a prima vista non appaia; esso significa giustizia ovvero ingiustizia distribuitiva; può significare odiosità di raffronto, tempo, viaggi, consulti, liti, incertezze, ansietà, cose tutte che, sommate insieme e ridotte a danaro, ricomprano spesse volte a più doppi il nudo ammontare della tassa, e creano una passività morale che chiamasi malcontento (Applausi a sinistra), la quale non si può a danaro valutare.
Per parte nostra noi raccomanderemo agli agenti del Governo fermezza invincibile nel mantenere inviolate le leggi, ma nello stesso tempo sarà nostra cura di studiare ogni modo perché non si usino vessazioni mai. Noi, speriamo, signori, che senza violentare la macchina, senza mettere a troppo dura prova la sua solidità, domandando quello che è dimostrabilmente giusto, e non uscendo mai dalla legge, potremo avere minore dispendio di attriti e forse anche più spontaneo afflusso di incassi. (Movimenti a destra).
Molte altre cose, signori, resterebbero a dire, ma costretto a lasciare i particolari ed a concedere nei più speciali argo menti piena libertà di studio a miei colleghi, io aggiungerò pochissime altre parole. (Segni di attenzione.)
Fu già detto: il Governo è un partito. Noi diciamo in vece che un partito non è il Governo. (Bene a sinistra) Onorati della fiducia dell’augusto nostro Sovrano, noi stiamo, signori, dinanzi a voi tenendo in mano il Governo a nome dell’intera nazione. (Benissimo a sinistra.) Noi intendiamo di governare colle idee e coll’appoggio del nostro partito, ma nell’interesse di tutti. Ed a coloro, e non sono pochi, che debbono aiutarci nell’amministrazione dello Stato, noi diciamo schiettamente, che siamo disposti ad accettare il concorso di tutti gli uomini onesti, leali, capaci; che adempiano gli obblighi del loro ufficio, obbediscano alle leggi, le facciano eseguire, qualunque poi sia la parte politica cui appartengono. (Bravo! Bene!)
Non potrei finire, signori, lasciandovi in dubbio sulla nostre fede economica, per quanto sia antica e provata.
Convinti che la pubblica economia si collega colle discipline giuridiche e colle sociali, noi speriamo che nessuno vorrà indursi a credere che vogliamo ora disertare quella gloriosa bandiera. (Bravo!)
Ma chi tratta di dazi e di trattati commerciali, come dovremo trattar noi, parla di una limitazione all’assoluta libertà degli scambi. L’esame delle tariffe doganali non si può sottoporre ai criteri di un solo e rigido principio. E basta bene che non si lasci penetrare, sotto forma di quota proporzionale d’imposta, nessun secondo fine di protezione o di favore. Ma voi comprenderete, o signori, che per distinguere e per discriminare i due elementi, quello cioè della tassa posta in proporzione delle necessità erariali, e quello che possa introdurvisi di un dazio vincolativo e protettivo, s’esige uno studio minuto ed attento che noi non mancheremo di fare appena ci sarà dato di prendere in esame le precorse negoziazioni.
Con queste parole, signori, abbiamo voluto indicarvi non più che gli scopi che ci proponiamo, i principii ai quali siamo devoti, e la via che vogliamo percorrere.
Fedeltà inalterabile allo Statuto ed allo spirito del Governo rappresentativo; provvedimenti per assicurare la sincerità delle istituzioni costituzionali e la santità della magistratura (Bravo!); libertà di coscienza, d’associazione, di vita economica; emancipazione intellettuale delle classi che ora non possono usare dei loro diritti e che noi dobbiamo considerare come pupilli affidati alla nostra religiosa tutela (Bravo! Bene!); diffusione della vita pubblica e dell’esercizio dei doveri di cittadino in tutte le classi, in tutte le parti dello Stato, affine di evitare una pletora pericolosa alla nostra costituzione politica; progressivo miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie del paese; in questi concetti, o signori, si riassume il nostro programma. Ma tutti questi concetti, tutti questi doveri dovranno, voi lo comprenderete, essere soggetti a quella legge della prudenza, della successione, della gradualità, che s’impone ad ogni cosa pratica.
Noi, o signori, sentiamo il peso di enormi difficoltà; sentiamo l’obbligo di rispondere all’aspettazione con operosità eccezionale; ma noi sentiamo ancor più i pericoli che crea la fretta e l’impazienza. A noi sembra però che, venuti solo ieri al Governo, dopo esserne stati, per si lungo tempo e come parte politica, dovrei dire, fino ad ora esclusi, nessuno dovrebbe aspettarsi da noi tanta avventatezza da dare risolute subito e praticamente le troppe questioni che ci si affacciano in questo nostro ingresso nell’arduo ufficio che abbiamo accettato. (Benissimo! a sinistra.)
Noi confidiamo nel patriottismo dei nostri antichi amici, i quali dopo avere imparato l’arte di perseverare anche senza il conforto della speranza, sapranno ora trovare la pazienza della vittoria. (Benissimo! a sinistra.)
Noi ci raccomandiamo ai consigli spassionati e leali dei nostri nuovi amici; noi speriamo nell’alto senno di tutta in tera la Camera, la quale vorrà accogliere senza sospettose preoccupazioni le proposte che sottoporremo al suo sapiente giudizio, e non vorrà scemere importanza a questa prima prova dell’alterna vita parlamentare; prova che noi facciamo confidando nel paese; prova che dovrà sempre più consolidare in Italia quelle istituzioni rappresentative che sono l’onore del nostro secolo, e la più bella gloria del valoroso ed augusto nostro Sovrano!) Vivi applausi a sinistra – Voci: Bravo! Bene!)

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