Discorso di Depretis dell’11 ottobre 1875

Discorso elettorale di A. Depretis al Banchetto offertogli dagli elettori di Stradella l’11 ottobre 1875

DEPRETIS. – Io ringrazio i miei elettori della cortese dimostrazione, la quale, però, mi si permetta di dirlo, è anche una citazione a comparire dinanzi a loro per ispiegare in qual modo ho adempito al mandato affidatomi, e per dire in qual guisa intenda io’ di adempierlo per l’avvenire.
Questa citazione, fatta in modo cosi diverso dalle forme consuete registrate nei nostri Codici, m’impone un obbligo anche più preciso di obbedire alla massima del diritto comune: eccomi dunque a rendervi conto del mio mandato 0, in altri termini, a farvi la mia confessione.
Mi permetterete però di non fare una confessione generale, la quale comprenderebbe le mie opere buone, che sono poche, ed i miei errori che sono forse molti, ma commessi in un lungo quarto di secolo, nel corso del quale mi deste ben quindici volte l’assoluzione, perché quindici volte mi nominaste vostro deputato, e sempre con un numero grandissimo di voti, superiore alla mia aspettazione ed ai miei meriti. Dunque lasciate che senza « Descriver fondo a tutto l’Universo» io mi limiti a parlare della sessione parlamentare passata e di quella che sta per aprirsi.
L’egregio amico mio, il sindaco di Stradella, ha detto che le grandi quistioni politiche sono risolte e che ormai non ci restano che le questioni amministrative. È vero: le due grandi questioni dell’indipendenza e dell’unità del paese sono risolute, ma restano ancora a risolversi altre gravi questioni oltre quelle che si chiamano amministrative. Vi sono ancora grandi problemi politici ed economici sui quali, e gli uomini di Stato e i pensatori e gli amministratori e i patriotti e tutti gli uomini di cuore, devono portare ogni loro attenzione per risolverli, giacché appunto dalla soluzione di essi dipende la prosperità della patria e la consolidazione di quello stesso edifizio che con tanti sacrifizii di sangue e di danaro, abbiamo coronato portando, or son pochi anni, la sede del Governo nella eterna città. (Applausi generali.)
Nella passata sessione primeggiarono alcune questioni che accennerò di volo.
Ve ne fu una gravissima sulla polizia ecclesiastica; un’altra assai vivace, che durò lungamente, più volte ricomparve, e non è ancora esaurita: quella che riguardava il modo con cui il potere esecutivo procedette e procede nelle elezioni po litiche; vi fu e ci sarà ancora per più d’una sessione la quistione finanziaria; mise fuori il capo, sebbene molto timida mente, la riforma amministrativa con un progetto di legge sulle circoscrizioni; venne infine a scompigliare il regolare andamento dei lavori parlamentari e ad appassionare fiera mente la Camera, la legge sui provvedimenti eccezionali di sicurezza pubblica.
Io dirò brevemente quale sia stato il mio contegno in tutte queste quistioni e prenderò occasione da questa esposizione per dire quale sia la condotta che intendo seguire invariabilmente per l’avvenire. Sono vecchio, e in quegli anni che ancora mi restano di vita parlamentare, voglio camminare diritto sulla mia strada senza transazioni, tanto da poter dire: «cursum consumavi, fidem servavi.»
Quanto alla questione ecclesiastica, piglierò le mosse dalle proposte abbastanza note a voi tutti di due egregi miei ami ci, il deputato Mancini e il deputato La Porta, col primo dei quali corsi ieri pericolo di far ritorno a Stradella in una lettera, o di esservi portato sfracellato.
Quegli onorevoli miei amici, allarmati delle condiscendenze del Ministero verso il clero e del modo col quale quegli eseguiva la legge sulle guarentigie, mossero una interpellanza la quale diede luogo a una discussione che durò più giorni e fu animatissima. lo mi dichiaro solidale coi miei amici; io appoggiai le loro proposte che erano la espressione dei sentimenti e delle opinioni dell’Opposizione parlamentare.
Fummo sconfitti! Però vi sono sconfitte che valgono vittorie, come vi sono vittorie che equivalgono a sconfitte. E ciò è tanto vero, che il Ministero, sebbene uscisse vittorioso da quella lotta, modificò il suo contegno; e vedemmo parecchi prelati abbandonare gli episcopii che avevano occupato a cagione della facile condiscendenza e della noncuranza del Ministero.
Io credo, o signori, che la questione ecclesiastica sia della più alta importanza. Non illudiamoci: vi è in Italia e in Europa un partito, il quale sotto il manto della Religione nasconde le sue viste di mondana politica e la sua avidità di dominio. Le tradizioni di Gregorio VII non sono ancora estinte presso la Curia Pontificia; il Sillabo è sempre il suo modus agendi; ed è una potenza formidabile per la sua nuova costituzione dispotica, per la sua organizzazione completa e perfetta, per la estensione delle sue ramificazioni, per la influenza ancora grande che esercita sulle masse.
Usando di questa organizzazione e di questa influenza, il partito cattolico non dissimula oramai i suoi disegni. Esso è aiutato e diretto da un famoso ordine religioso, sempre minacciato, sempre potente, e intento sempre a dominare sui popoli e a demolirne la libertà. E qual’è la strada che quel partito vuol battere? Non è un mistero per nessuno. Noi ve diamo che il partito clericale si impadronisce delle scuole, e non potendo soggiogare la generazione presente, cerca la conquista della generazione nascente: s’impadronisce dei fanciulli, delle donne, e del sentimento religioso si vale per rendere odiosa la libertà.
Ne abbiamo noi un recentissimo esempio.
In una vicina città esisteva, non ha guari, un istituto educativo retto coi migliori metodi in uso presso i popoli più colti e più civili. Quell’istituto fioriva; la sua bella fama cresceva ogni giorno. Ebbene, un bel di, il partito clericale, uscendo quasi da un agguato, se ne impadronisce, e noi ve diamo una intiera colonia d’insegnanti e d’alunni venire a popolare Stradella. Essi pure possono dire: nos dulcia lin quimus arva, e vengono a rifugiarsi sotto le ali di un Municipio liberale ed intelligente, in mezzo ad una popolazione sulla quale è dimostrato dalla esperienza di ventisette anni che il partito clericale non ebbe mai dominio veruno. (Applausi ripetuti.)
Io sono difensore della libertà di culto; credo incoercibile l’umana coscienza; ma quando il sentimento religioso si volge contro l’ordinamento politico dello Stato, allora è un dovere il gridare l’allarme affinché si provveda alla sua difesa.
La guerra è aperta e bisognerà combattere ad oltranza.
Non udiste voi il partito cattolico radunato in Congresso a Firenze, dirci che intende impadronirsi dell’amministrazione dei Municipii, e delle Opere Pie e recare in sue mani questa parte importante del Governo? E badate che riuscito vincitore nei Municipii, non tarderà ad ottenere il governo delle Provincie, e colla duplice influenza giungerà a popolare il Parlamento. E io lascio pensare a voi che sorta di Governo darebbe al paese il partito clericale inspirato e retto dal Capo infallibile della Chiesa cattolica come fu recentemente costituita.
Io vorrei, o signori, aver voce ed autorità sufficiente essere ascoltato da quanti sono e si dicono liberali in Italia; vorrei che tutti si persuadessero che la loro ignavia può dare la vittoria a quel partito, ed in date evenienze, che ognuno può comprendere, essere la rovina del paese. (Applausi prolungati.)
Quando andrò alla Camera, sosterrò che il Governo ha l’obbligo di mantenere con tutto il rigore l’autorità e le prerogative del potere civile, di frenare ogni intemperanza del partito clericale e tenerlo sotto l’impero delle leggi; e allorché nella prossima sessione ci verrà presentata la legge che deve essere complemento di quella delle guarentigie, io so sterrò che l’amministrazione della proprietà ecclesiastica deve essere affidata a mani laiche, il che sarà preludio a riforme ulteriori. Io lo dico e lo ripeto francamente: precipuo dovere del partito liberale cui ho sempre appartenuto e cui sempre apparterrò, si è quello di resistere al partito clericale.
E qui mi sia permesso di dirvi che io reputo urgente che venga al più presto votata una legge che dichiari obbligatoria e gratuita la istruzione primaria da affidarsi al laicato. Partigiano del servizio militare obbligatorio, io non posso esitare a chiedere l’istruzione obbligatoria.
Questa legge si presentò già innanzi alla Camera: e ve demmo allora il partito clericale agitarsi come se gli sovrastasse un pericolo; vedemmo un antico e provato liberale, l’on. mio amico Correnti, costretto ad abbandonare il potere. Questa legge non poté essere ancora approvata, ma l’Opposizione parlamentare deve insistere perché lo sia senza indugio, giacché è veramente a deplorarsi che un paese come l’Italia, che ha tanto bisogno di istruzione, sia ancora senza il vantaggio di questa legge, la quale salverà le giovani generazioni dalle insidie del partito reazionario.
A questo punto, o signori, io debbo dirvi una parola sulla politica estera.
L’Italia ha bisogno di quiete: essa deve essere pel mondo civile un elemento di progresso, di civiltà e di pace; ma è evidente che le sue simpatie si volgeranno verso i popoli e verso i governi che sono decisi a procedere nelle vie della civiltà.
Ho detto che un’altra delle gravissime quistioni che vennero dinanzi alla Camera fu quella del modo con cui le elezioni erano fatte.
Sapete tutti che i governi liberi devono essere rappresentati al potere da uomini le cui opinioni e le cui dottrine siano al livello ed all’unisono colla opinione del paese o al meno della sua maggioranza, e voi sapete che la maggioranza della Camera non è autorevole, se non perché si presume che sia l’espressione della maggioranza del paese.
Ma perché la maggioranza della Camera sia lo specchio della maggioranza del paese, ne esprima l’opinione e sia all’unisono con quella, bisogna che le elezioni siano sincere.
Se mai accadesse altrimenti, il governo e le istituzioni costituzionali sarebbero viziati e falsificati nella loro base fondamentale.
Nelle lotte parlamentari, poi, quando la maggioranza diventa minoranza in una questione politica, il Ministero non ha che due uscite; o abbandonare il potere ai suoi avversarii, lasciando che una nuova maggioranza si formi ed assuma il governo, ovvero fare un appello al paese colle elezioni generali.
Io non voglio ricordare alcuni fatti della nostra storia parlamentare, né fare recriminazioni, né giudicare troppo rigorosamente il sistema seguito dai nostri avversarii in passato: non ricorderò i casi di Ministeri sconfitti e che rimasero tranquillamente al potere: chiamerà invece la vostra attenzione sul contegno del Ministero attuale nella lotta elettorale.
È troppo manifesto che il Ministero, appellandosi al paese colle elezioni generali, lo fa giudice della contesa sorta coi suoi avversari, cioè colla Opposizione diventata maggioranza anche in una sola questione. Ora che direste di un convenuto o di un attore qualunque che dicesse ai suoi giudici: se mi date ragione, vi do un premio; se mi date torto, vi infliggerò una pena; per esempio, vi farò viaggiare colla numerosa vostra famiglia da Susa a Sciacca?
A mio avviso, gli elettori sono veri giudici, e per giudicar rettamente debbono esser liberi da ogni coercizione; ora a me pare che nelle elezioni passate non poca pressione siasi dal Ministero esercitata.
I fatti sono molti, e basterà ricordarne uno dei più notevoli, cioè l’ordine dato alle guardie di sicurezza pubblica di votare pel candidato governativo. Se questo sistema continuasse, la maggioranza della Camera non sarebbe l’espressione della maggioranza del paese, e le istituzioni sarebbero demolite.
Su questo punto della sincerità e libertà pienissime delle elezioni io non potrò mai transigere: ho resistito ad ogni abuso e resisterò sempre. (Benissimo.)
Ma vi ha una questione superiore a risolversi: è la riforma della legge elettorale.
Premetto che se il corpo elettorale si componesse d’uomini che, come voi, elettori di Stradella, nella grandissima parte proprietari o coltivatori, sono affatto indipendenti dal Governo, a parte una ragione di giustizia, potrebbesi forse ritardare o limitare la riforma.
Se non che la composizione del corpo elettorale, e i criteri che diressero primitivamente il legislatore sono stati in questo lungo periodo mutati.
Nel corpo elettorale vi sono centinaia di migliaia di persone dipendenti dal Governo: nuove imposte di varie specie colpirono i contribuenti; ed io mi son fatta questa do manda: vogliamo noi conservare e consolidare nella sua purità la monarchia costituzionale e far sì che il suo Governo sia veramente autorevole e forte, che le sue fondamenta siano solide, inconcusse, e il corpo elettorale e la Camera siano l’espressione sincera del paese?
La legge elettorale come è adesso, la credo insufficiente, ritengo quindi urgente il riformarla. Questa riforma della legge elettorale voi la conoscete: essa fu presentata alla Ca mera dal mio egregio amico, l’onorevole Cairoli: a quel pro getto di legge io ho fatta adesione.
Secondo quel progetto, all’elemento, certo importante, della possidenza debbe aggiungersi l’altro anche più rispettabile della intelligenza. Capite bene che la possidenza non è un elemento sicuro, e per sé stesso è poco: la possidenza porta seco la presunzione della intelligenza, e sta in ciò il suo valore, mentre la intelligenza ha un valore proprio. In questo consiste la legge del mio amico Cairoli, che ho accettata e difesa negli uffici della Camera, e sulla quale man tengo intieramente la mia opinione.
Non debbo però tacervi che questa proposta di legge non è accetta ad alcuni uomini che pure appartengono al partito liberale, anzi li mette in apprensione: essi temono che la grande estensione del suffragio possa includere nel corpo elettorale elementi pericolosi; io però credo che il partito liberale si metterà facilmente d’accordo in questa questione.
Attualmente il diritto elettorale politico non può esercitarsi che a venticinque anni. Ebbene, io aveva ventiquattro anni, ed ero il capo di mia famiglia, abbastanza nume rosa, ero amministratore di un cospicuo patrimonio, ero sindaco del mio comune, e non avrei avuto capacità legale di dare il mio voto nelle elezioni politiche, mentre avrebbe avuto la capacità elettorale un proprietario che sapesse appena leggere e scrivere!
Oltre a ciò vi sono nella Camera troppi impiegati, e, secondo me, il loro numero deve essere diminuito. Gli impiegati che sono nella Camera sono tutti uomini specchiatissimi, io non lo contesto; ma in questo caso, come nel caso degli impiegati che sono elettori, sta sempre l’osservazione che non è bene mettere gli uomini nell’alternativa di difendere i loro interessi, ovvero di obbedire alla loro coscienza.
(Applausi).
Ma alle riforme della legge elettorale, di cui non ho accennato che alcuni punti, bisogna assolutamente aggiungere una legge sulle incompatibilità parlamentari. Questa legge non dovrebbe spaventare nessuno perché fu già presentata dall’onorevole Lanza, ripresentata dall’onorevole Ricasoli, uomini che tengono un posto elevato nel partito conservatore. Io l’ho sostenuta, questa proposta di legge, e dico che bisogna farla rivivere; è una necessità urgente del nostro sistema politico. (Benissimo.)
Ma, o signori, la libertà politica è fondamento di tutto, però non bisogna che ci siano le mezze libertà, tali cioè che occupino il solo piano nobile dell’edificio politico; la libertà vera comincia al piano terreno e va sino al tetto; essa forma un tutto armonico con molte ramificazioni; tagliatene una e tutte le altre ne soffrono. Perciò dalla libertà politica non può andare disgiunta l’amministrativa.
Questa libertà amministrativa si annuncia di ordinario colla parola decentramento che si pronuncia da molti, che finora parmi siasi promossa seriamente da pochi, ma che deve essere compito dell’Opposizione parlamentare il far prevalere.
Il decentramento è governativo, o amministrativo. Il primo consiste nell’accrescere la libertà di azione delle autorità governative provinciali, diminuendo le attribuzioni del l’amministrazione centrale: il secondo sta nell’autonomia dei comuni e delle provincie.
Io vi citerò qualche esempio.
Un prefetto, se deve fare un provvedimento, anche di minima importanza, bisogna che sia autorizzato dal Ministero.
È necessario, per esempio, cambiare un berretto ad una guardia carceraria? Ebbene, per cambiare questo berretto, che varrà un paio di lire, bisogna scrivere a Roma perché la fabbrica unica di questi berretti è a Roma, alle Terme Vespasiane. Questo accentramento è perfino ridicolo. La stessa cosa si dica di altri atti amministrativi. Bisogna dunque che il Governo lasci maggior libertà d’azione alle autorità provinciali e comunali.
Poi bisogna sopprimere tutti i lavori e tutti gli impieghi inutili. Eliminando tutti i lavori inutili si avrebbero due vantaggi: risparmio per l’erario di una spesa improduttiva, e guadagno per la ricchezza del paese, perché i cittadini sarebbero indirizzati verso carriere e professioni utili. In questo senso a me par tempo di fare qualche cosa. Così, a cagion d’esempio, quale ragione di esistere hanno le sotto-prefetture, i Consigli di prefettura? Una parte del loro lavoro è poco più di quello di un ufficio di posta o di verificazione: talora con ritardo e danno nell’andamento degli affari. Vedete dunque la necessità che si faccia una legge per l’abolizione di queste cariche inutili. (Applausi.)
Ma questa è la parte meno importante del decentra mento.
La riforma più importante sta nell’autonomia dei comuni e delle provincie, cioè a dire la libertà da concedersi alle amministrazioni comunali e provinciali di muoversi liberamente nella sfera di loro competenza, determinata dalla legge.
Il Governo nomina attualmente circa ottomila e trecento sindaci, e credo siavi un solo ufficio centrale che se ne occupi.
Ora come si fa a portare un giudizio illuminato sopra circa 25,000 persone, da parte dell’autorità centrale? È un’elezione di molti gradi, e sempre mal sicura. A me pare che, senza nessun pericolo della pubblica amministrazione, la no mina dei sindaci potrebbe essere abbandonata dal Governo e lasciata ai Consigli comunali.
Dite altrettanto della presidenza delle Deputazioni provinciali.
Il prefetto è commissario del Governo ed è presidente della Deputazione provinciale; sicché come presidente piglia parte alle discussioni e deliberazioni del Congresso, ma poi si ritira nel suo gabinetto, spogliasi della qualità di presidente, riveste quella di commissario, e, se occorre, annulla la deliberazione presa o ne sospende l’esecuzione.
Io persisterò sempre a credere all’utilità e necessità d’una disposizione che renda elettivi i presidenti delle Deputazioni provinciali, disposizione già votata a Torino, e che per il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, e per al tre cause, non fu sancita per legge.
E noi, vedete, nella nostra provincia abbiamo proprio uno di quegli argomenti che non lasciano dubbio sulla questione, cioè sulla capacità amministrativa della Deputazione provinciale.
Guardate, o signori, come era amministrata e tenuta la rete delle strade provinciali prima che l’amministrazione passasse alla provincia, e guardate adesso. Ora avete delle strade migliori, meglio mantenute e con molto meno di spesa.
Dunque questa amministrazione elettiva vale qualche cosa.
Vi sono delle attribuzioni che spettano al Governo e che possono darsi al comune o alla provincia. Ci sono, per ci tare un esempio, in una stessa provincia strade provinciali mantenute ed amministrate dalla provincia, e ci sono strade nazionali mantenute ed amministrate dallo Stato. Eccesso e duplicazione d’impiegati.
Vi ha poi una quantità di spese che sono amministrate dallo Stato, e pagate dal comune o dalla provincia, il che è contrario alla massima, che non dovrebbe mai abbandonarsi, paga chi comanda, cioè chi amministra. Bisogna dunque decentrare seriamente, a fatti non a parole, e lasciare che i comuni e le provincie vivano una vita più libera. Questo per la libertà amministrativa.
Ora, continuando, bisogna che io accenni di volo ad un altro argomento: la finanza.
Il partito moderato non fa che parlare del pareggio. Ei dice che ottenuto il pareggio comincierà un’èra nuova e felice pel paese; aggiunge che nulla di buono può farsi finché il pareggio non siasi ottenuto; crede suo compito esclusivo il compierlo, come coronamento dell’edificio finanziario oramai condotto a condizioni infinitamente migliorate con lavori e sacrifici infiniti.
Per me credo che tutto questo ragionamento non sia.
molto esatto.
Il pareggio è una bellissima cosa, e non volere il pareggio è come non volere la salute. Io stesso ho dichiarato che potrà chiamarsi felicissimo il ministro che annuncierà il pareggio. Col pareggio si hanno grandissimi vantaggi. Il credito migliora, e il miglioramento del credito equivale ad aumento di produzione, di lucri, di risparmi; la riforma tributaria può cominciarsi e compiersi con minori difficoltà.
Tuttavia il pareggio non è tutto. Io divido completamente l’opinione dell’onorevole Villari quando dice che la vita d’un popolo non consiste tutta nei computi del pareggio.
E per persuaderci che il pareggio finanziario non è tutto, noi non dobbiamo far altro che ricordare la nostra storia.
Noi abbiamo distrutto sette Stati che avevano le loro finanze in pareggio. Io stesso, o signori, ho assicurato contro l’estrazione e il rimborso alla pari il Consolidato piemontese che sali fino a 125, e quando il generale Garibaldi entrava in Napoli, il Consolidato napoletano era, se non erro, 112. Dunque, giova ripeterlo, il pareggio per sé non è tutto. Ma certo esso è cosa utile, e credo che tutti i partiti politici debbano aiutare a raggiungerlo con abnegazione; e non vi può essere altra questione se non sulla scelta dei mezzi.
Vengo ora a rispondere ad una accusa che ho sentito lanciarsi più volte al partito cui appartengo. Si dice che l’Opposizione non vuole le imposte, vale a dire i mezzi con cui provvedere ai bisogni dell’erario, e si aggiunge che l’Opposizione nell’atto stesso in cui ricusa di votare le imposte, insiste e spinge il Governo ad ogni sorta di spese.
L’accusa è un po’ singolare, perché alla fin dei conti l’Opposizione non è stata maggioranza, e nulla poteva farsi senza il beneplacito del partito moderato. Ma, per quanto strana, questa accusa si ripete e si continua a ripeterla, tantochè una parte del pubblico finirà per credere, che l’Opposizione si componga d’uomini ai quali non fu largita dalla provvidenza che una porzione assai piccola di senso comune.
È un’accusa facile a confutarsi.
Quanto alle spese, quelle che più si fecero sentire ed influirono sul disavanzo furono per l’esecuzione delle grandi opere pubbliche, e sopratutto per le ferrovie. Ora chi ha presentato e sostenuto tutti quei contratti colle Società ferroviarie che costarono centinaia di milioni di perdita, quasi tutti fatti male, poi disfatti e rifatti più volte e sempre con danno enorme dello Stato? Non è forse il partito moderato?
Chi li ha combattuti? L’Opposizione, ed io fra gli altri miei colleghi. Ed è ciò che continuerò molto probabilmente a fare, qualunque possano essere le conseguenze del mio voto.
È vero che l’Opposizione reclama le opere pubbliche per alcune provincie più tormentate dal mal governo delle signorie cadute, e incapaci colla propria iniziativa e colle proprie forze di migliorare la loro condizione economica; ma io credo che nessuno possa seriamente sostenere che l’Italia debba sottrarsi a quest’obbligo di giustizia riparatrice.
(Benissimo.)
Veniamo alle imposte.
Il ricusare il voto a qualsiasi imposta, sarebbe altrettanto irragionevole come il votarle tutte. L’Opposizione non poté votare le imposte che sono la contraddizione dello Statuto, come la tassa sul macinato. Ma essa non esitò ad appoggiare l’imposta sulla rendita col mezzo di ritenuta, e fu in vece il partito moderato che l’ha combattuta e non l’ha accettata che dopo lungo ritardo.
E a proposito della tassa sulla macinazione, io ricordo che il conte di Cavour aveva fatto approvare una legge per cui vietavasi ai Comuni di porre un dazio sulle farine: per me è stato impossibile votare una legge come quella del macino, che è la negazione dello Statuto. Oggi si propone una legge che verrebbe ad introdurre presso di noi la tassa sulle bevande. Io non la voterò certo, perché sono convinto che rovinerebbe il paese. (Applausi.)
Io credo pure essere compito dell’Opposizione di metter mano ad un lavoro serio per correggere ove è più difettoso il nostro sistema tributario: non si tratta di abolir tasse, di renderle meno fruttifere, né di togliere le risorse al Tesoro.
Si tratta di temperarle, di togliere le vessazioni che sono veramente eccessive, e credo lo si possa fare senza il minimo danno della finanza. (Benissimo.)
Mi domanderete quale sia la mia opinione sulla vera con dizione della finanza. Siamo davvero vicinissimi al pareggio?


Io voglio esser giusto coi miei avversarii, anche quando i miei avversarii sono ingiusti con me e coi miei amici. Io credo farmi superiore a loro dicendo che nel partito moderato vi sono uomini d’alto ingegno e di cuore, e che hanno reso di stinti servigi al paese. E dico che la posizione delle finanze anche per loro opera, ma non solo per loro opera, ha migliorato. Per dire poi a che punto siamo e per accertare se siamo proprio vicinissimi al pareggio io osserverò che nelle cose dello Stato non si può procedere diversamente che nelle cose private. Se non si fa un inventario in principio d’anno colle attività e colle passività, se non si aggiungono alle attività le rendite ed alle passività le spese, se in fin d’anno non si fa un altro inventario per vedere come si bilancia l’attivo col passivo, lo stato delle finanze non si conosce. E questa operazione sgraziatamente non si è mai fatta bene.
Si è tentato di farlo nello scorso anno, ma non c’è stato il tempo. Notate che l’essenziale in questa operazione è la va lutazione delle cifre, distinguendo il valore effettivo sul quale può farsi assegnamento. Supponete che le cifre diano 100 milioni di credito; ma se non sapete esattamente quali siano esigibili e quando, ne sapete assai poco. Così dite dei debiti pei quali può e devesi spesso presagire un aumento. Però un miglioramento nelle finanze c’è. Malgrado ciò e quando anche il pareggio ci fosse, non voglio illudere i miei elettori, la condizione delle finanze io la reputo sempre gravissima. Le nostre imposte sono malissimo ripartite e credo quasi impossibile lo aggravarle di più. E infatti, come aggravare la imposta sui terreni, tanto inegualmente ripartita, e quelle sui fabbricati e sulla ricchezza mobile, la cui gravezza è stimolo tanto potente alla frode? Abbiamo, è vero, speranza che coi nuovi trattati di commercio si aumenti il prodotto delle Do gane: ma avverrà questo senza abbandonare le teorie liberali che abbiamo finora seguite e alle quali dobbiamo rima nere fedeli? E poi, o signori, avete voi la sicurezza che nessuna nube sorgerà sull’orizzonte politico a minacciare la pace?
Basterebbe, o signori, un allarme qualsiasi che ci obbligasse ad accrescere le spese militari, già tanto scarse, per aumentare il disavanzo e ricondurre la finanza alle condizioni di parecchi anni fa. Oltre di che, abbiano sempre la cancrena del corso forzoso, 1000 milioni di biglietti per conto dello Stato e la inconvertibilità che opprime la produzione; dunque la condizione delle finanze io la reputo sempre grave.
È quindi necessario che si facciano tutte le possibili economie: e siano senza pietà eliminate tutte le spese non necessarie. Fatto questo, ma solamente dopo che questo siasi fatto e adottate le riforme da noi indicate, e quando il Governo non abbia a rimproverarsi di avere spese inutili, sola mente allora sarà lecito di chiedere un maggior prodotto alle imposte.
Io avrei moltissime cose a dire sulle finanze, ma il mio discorso si prolungherebbe di troppo, mi limiterò ad aggiungere alcune parole sulla famosa legge eccezionale di pubblica sicurezza.
Questa legge ha prodotto una impressione dolorosa, più specialmente su coloro che dal 1848 in poi hanno preso parte alla vita politica del paese. Mi spiace il dirlo, ma colle leggi di sicurezza pubblica, e massime colle ultime, si abbandonarono le prime teorie inspirate dal sentimento di libertà e si fecero molti passi verso il regime degli antichi Governi.
Chi avrebbe sospettato nel 1848 che si sarebbe potuto condannare un cittadino a cinque anni di deportazione senza un regolare giudizio? Chi avrebbe creduto possibile una legge eccezionale come quella che fu adottata, senza le necessità di una guerra, in uno stato normale di cose, in pienissima pace? Chi avrebbe immaginato che sarebbe venuto un giorno, nel quale la esistenza di alcuni banditi e malfattori potesse fornire argomento a proporre la sospensione delle principali libertà consacrate dallo Statuto? E questi provvedimenti accompagnati da processi fatti con leggerezza, sopra cospirazioni imaginarie, e tutte con lo stesso risultato del non farsi luogo a procedimento od una assolutoria.
In verità queste leggi e questi atti danno argomento a sospettare che siavi, in qualche testa forsennata, il pensiero di liquidare la rivoluzione.
Io vi dichiaro apertamente, che ho combattuto e combatterò con tutte le mie forze qualsiasi provvedimento eccezionale, qualsiasi offesa anche minima alle libertà costituzionali che furono gloria del regno subalpino, e fattori della unità della patria. lo dico che chi con arresti e misure arbitrarie offende la dignità e la libertà di cittadino prepara l’avvilimento del paese. (Applausi.)
Ad un tale governo io non darò mai il mio appoggio.
Comprenderete cosa debbasi fare per mettere in trono la legge e togliere di mezzo un tanto male: bisogna innalzare la nostra magistratura.
Io sento una spina nel cuore: vorrei essere in errore, desidero d’ingannarmi o d’essermi ingannato, ma io temo che il livello della magistratura siasi abbassato di molto.
Noi abbiamo fatto quasi nulla per migliorare la condizione dei magistrati e farne i veri sacerdoti della giustizia. Pro cedemmo all’inverso di ciò che la logica ci suggeriva. Abbiamo accentrata l’amministrazione civile e discentrata quella della giustizia: eppure l’unità dei codici richiede che la giustizia sia una ed uguale per tutti. Noi abbiamo quattro Corti di cassazione, per modo che è lecito a Napoli ciò che è illecito a Torino. Noi abbiamo giudici che aspettano le liti, e liti, molte liti, che aspettano invano i giudici. Quindi è che una legge sulla circoscrizione giudiziaria, sopra criterii razionali, che escludano l’arbitrio del potere esecutivo, è veramente urgente: e se il Ministero non ne assume iniziativa, spetterà all’Opposizione l’assumerla. (Benissimo.)
Altro rimedio contro gli arbitrii è la legge presentata nell’ultima sessione dal mio amico generale Corte.
Ho citato una massima che dovrebbe adottarsi in fatto di amministrazione, e ho detto paga chi comanda. La legge proposta dal mio amico Corte consacra l’altra massima, chi rompe paga, e fa civilmente responsabili tutti i funzionari pubblici, proponendo l’abolizione di alcune disposizioni che costituiscono un vero privilegio.
Io accetto la proposta dell’amico Corte e farò ogni sforzo per farla prevalere. (Benissimo.)
Non ho più che un’osservazione a fare: e un brindisi a proporvi.
Ho visto su pei giornali accusata l’Opposizione costituzionale di essere dominata dall’impazienza del potere. Su questo punto bisogna che io vi dica che divido intieramente la opinione del mio egregio amico Francesco Crispi; non ricordo le parole, ma ritengo il concetto, ed è questo:
«I partiti politici che non sanno aspettare, non meritano di andare al governo del loro paese.»
Io dico dunque che l’Opposizione non ha e non deve aver nessuna fretta di andare al potere. I partiti parlamentari hanno l’obbligo di assumere la responsabilità del potere per far prevalere le loro idee, che sono quelle della maggioranza del paese. Ma quando un partito politico va al potere, e lo assume nell’interesse della Corona e del paese, deve giangervi per la strada diritta, a tamburo battente, colla sua bandiera spiegata, per la breccia aperta nelle file dei suoi avversari. Allora soltanto potrà far del bene colla sua amministrazione: in caso diverso, il suo avvenimento al potere non sarà che una breve apparizione. (Benissimo.)
Finirò il mio discorso, per verità molto incomposto ed incompleto, facendo un brindisi semplice e di poche parole.
lo per mia disgrazia, di cui però non mi lamento, sono il più anziano, cioè quello che può vantare un più lungo servizio fra i deputati dell’Opposizione parlamentare, o, come dicono gli Inglesi, dell’Opposizione di Sua Maestà.
Affezionato da tanti anni al Re ed alla sua Casa illustre, io non ho bisogno di esprimere i miei sentimenti che nessuno può mettere in dubbio. (Applausi.) A nessuno riconosco il monopolio dell’attaccamento e della devozione alla Reale Famiglia. Pure nella mia qualità di vecchio deputato dell’Opposizione costituzionale, io mi credo nel dovere di proclamare la riconoscenza del paese per quello che ha fatto il re Vittorio Emanuele per l’unità della patria. (Applausi.)
E ad un tempo io debbo invitarvi ad unirvi con me nel voto perché Vittorio Emanuele possa, pel bene dell’Italia che gli affidò le sue sorti, governare lungamente il suo regno (Applausi), possa egli vederlo fatto sempre più florido e potente per le accresciute libertà: io vi propongo un brindisi al re Vittorio Emanuele, il cui nome sarà registrato nella storia col più bel titolo di cui possa fregiarsi un principe, col titolo di «Re Galantuomo.» (Applausi vivissimi e prolungati.)

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