Discorso di Depretis dell’8 ottobre 1876

Discorso pronunciato dall’on Depretis Presidente del Consiglio de Ministri al banchetto offertogli dà suoi Elettori di Stradella il giorno 8 ottobre 1876.

Categoria: Agostino De Pretis

DEPRETIS, presidente del Consiglio. (Vivissimi applausi. Viva Depretis.) – Io ringrazio il mio amico il sindaco di Stra della delle troppo cortesi parole che mi ha indirizzate: e rin grazio i miei vecchi elettori della loro benevolenza che anche questa volta non si è smentita.
Prima che io sciolga la mia promessa, e faccia ai miei elettori la mia confessione politica, permettetemi che mi arroghi il diritto d’interpretarne il pensiero.
Arte e natura privilegiano le popolazioni di questi colli e di queste pianure dei sentimenti più schietti di cordialità.
L’ospitalità, o signori, è una virtù antica dei miei compaesani del collegio di Stradella. (Benissimo!) Essi ne hanno date splendidissime prove. Essi accolsero festosi i battaglioni dell’esercito subalpino che movevano alla guerra dell’indipendenza: essi accolsero con non minore cordialità gli esuli delle altre provincie italiane, quando nell’antico Piemonte, e sotto la bandiera tricolore, trovavano la sempre viva Italia. (Applausi). Essi pei primi, quando chi ha l’onore di parlarvi teneva il mandato legislativo dai suoi fidi elettori di Broni, essi pei primi, gli elettori di Stradella, elessero a loro deputato un esule illustre, Cesare Correnti; (Applausi) e affidando il mandato di legislatore ad un cittadino dell’eroica Milano, quando erano ancora freschi i ricordi delle gloriose giornate, essi dimostrarono la loro fede che i destini di tutte le provincie italiane erano uniti indissolubilmente nella fede comune del nazionale immancabile riscatto. (Bravo! Applausi.)
Epperciò, o signori, vedendo a me d’intorno questi ospiti egregi, io prego i miei compaesani di associarsi a me, nel dire a loro: siate i benvenuti nella ospitale Stradella. (Bene! Applausi! Evviva Stradella!)
E dopo questo atto d’onesta cordialità, io sono costretto ad annunziarvi, o signori, la tortura di un discorso….
Una voce: È il benvenuto.
DEPRETIS:…. irto di politiche spinosità, che non può essere breve, e che non sarà dilettevole; ma parlando dei destini del nostro paese, di questa Italia che è nostra gloria e nostra religione, voi sentirete, io spero, sotto le austere formule d’un resoconto politico, necessariamente misurato e ponderato, palpitare un cuore nel quale è sempre giovane l’amore immortale per l’Italia (Applausi).
Ed è appunto, o signori, da questo luogo ove più viva e sicura può espandersi la mia parola, in mezzo ai miei compaesani, i quali non solo conoscono le mie idee, le mie opinioni, sempre liberamente discusse con loro, ma conoscono pure tutti gli atti della mia vita, è di qui, che io, circondato da giudici consapevoli e incorruttibili e da testimoni irrecusabili, ho preferito, consenzienti i miei colleghi nel Ministero, e gli amici miei, di parlare all’Italia onnipresente ormai anche nei più modesti recessi del paese, come è vivente nel cuore dei suoi più umili figli.
L’Italia, o signori, non è più, come per le generazioni che ci hanno preceduto, non è più un idolo privilegiato di pensatori, una frase di aule accademiche, un vanto di città capitali; essa vive di vita non meno schietta nelle città minori, nelle borgate, nelle officine, in mezzo al popolo; ed è al popolo, che ignora le ostinazioni partigiane, i puntigli delle clientele e le diplomazie personali; è al popolo per cui gli uomini pubblici non sono che una significazione di idee e di fatti generali; è al popolo, necessariamente imparziale, che vorrei giungessero, attraverso l’amichevole interpretazione dei miei vecchi elettori, le mie parole, dettate da una esperienza di quasi trent’anni di vita parlamentare. (Bravo!)
Il Ministero, o signori, avrebbe desiderato di parlare coi fatti. Ma d’altra parte il vero programma di governo non può aversi che dalla voce venerata del Re, il quale solo ha autorità di annunziare alla Nazione quello che egli approva e consente.
Io non farò dunque che una rassegna politica, una confessione dei miei propositi di governo, propositi che sono consentiti non solo dai miei colleghi, ma che furono anche concordati con autorevoli uomini politici, i quali concorsero il 18 marzo ed il 27 giugno, a creare ed a confermare l’attuale Ministero. (Benissimo:)
Ed io spero che le mie parole potranno facilitare quella concordia, quella feconda trasformazione dei partiti (Bravo! Benissimo!), quella unificazione delle parti liberali della Ca mera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale, ai nomi storici tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell’aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo una idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova < il progresso.» (Bene! Applausi.) Noi siamo, o signori, un ministero di progressisti. (Applausi.) Progredire, in latino come in italiano, vuol dire andare avanti. (Bravo! Ilarità.) Da questa schiera a cui io mi glorio di appartenere, ed alla quale appartiene il gran partito liberale italiano, non si dipartono se non coloro che non vogliono progredire, ma volare (Bene); e naturalmente non ne possono far parte coloro che non vogliono camminare ma sedere. (Bravo! Applausi.) Quanto a coloro i quali si affaticano a voltare il sasso di Sisifo a ritroso, come disse il Manzoni dei tempi e dei fati permettetemi, amici miei, che io li abbandoni alla moderna mitologia. (Bravo! Benissimo!)
Prima, o signori, di farvi le mie confessioni, credo con veniente di rispondere ad alcune accuse.
Una voce. Non ce n’è bisogno.
DEPRETIS. Oh! non farò certamente un discorso polemico. Nessuno domanderà che io mi fermi ad ascoltare il basso, confuso, iroso sobbollimento di passioni anonime, a cui mi sarebbe facilissimo di dare un nome. Lascio le accuse di questi accusatori: ne crepitu quidem digiti dignos. (Bravo!)
A due appunti però, mi sia permesso di rispondere, perché mi pare di vederli ripetuti con infinite varianti anche da giornali serii e da persone che hanno riputazione di essere ammisurate. Sapete cosa ci si dice? Ci si dice: voi non avete idee nuove, non avete alcun nuovo concetto di governo, ricopiate i programmi dei vostri avversarii, e così la vostra magnificata rivoluzione parlamentare finisce in una mutazione di persone; parturient montes, nascetur ridiculus mus.
(Ilarità). Questa è la prima accusa.
Ce n’è un’altra anche più grave, e sostenuta con notevole pertinacia. Ci si dice: voi non siete un Ministero, siete un Comitato elettorale, (Si ride) che rimuta e rimescola tutto il gregge dei pubblici ufficiali per violentarli a farsi accatta tori di voti. L’accusa, se non è con queste parole, ha questo significato.
Veramente le accuse mi paiono singolarissime. Cominciamo dalla prima.
Noi, ci si dice, non abbiamo alcun concetto nuovo di governo! E chi è che ci dice questo? Questo si dice da coloro che prima credevano e facevano credere che la Sinistra, arrivata al potere, avrebbe capovolto ogni cosa, spezzato ogni filo di tradizione, messo sossopra lo Stato, rovinato il credito pubblico, riaperto l’abisso del disavanzo: i più discreti dicevano che l’avvenimento della Sinistra sarebbe finito con una perdita di qualche centinaio di milioni, a finir bene (Si ride). Questo volevano far credere coloro che, da tanti anni, non solo predicavano all’Italia, ma, con grandissimo pericolo del credito nazionale, cercavano persuadere anche all’Europa diplomatica, essere la Sinistra, che pure era un grande partito parlamentare, un’accozzaglia acefala, indisciplinata e sovversiva. Ora sapete che cosa è accaduto?
È accaduto che la moderazione della Sinistra è diventata uno scandalo, una colpa o almeno un difetto, perché si per mette essa pure di parlare di santità delle leggi, di necessità di proporzionare le spese alle entrate dello Stato, d’imposte intangibili, di esazioni inesorabili, di rigorose economie, d’istituzioni sacre, indiscutibili, immutabili. (Bravo! – Applausi.)
E del caso inaspettato grande meraviglia! E si aggiunge:
perché mutare il Ministero? perché relegare coloro che hanno governato finora alla parte di opposizione? se non si ha a mutare sistema non hanno i precedenti governanti, per tra dizione, l’arcanum imperii? Ed i suoi uomini, non essi i soli abili, i soli sinceri, i soli sicuri?
Per verità, mi pare che in questa accusa si veda troppo facilmente, non solo il veleno dell’argomento, per usare la frase di Dante, ma soprattutto la vacuità. Grazie a Dio, tutto non si riduce ad odiosità di giudizi personali e ad emulazione di portafogli. Questa politica impicciolita a gare e a confronto di persone, ha pigliato origine, se non erro, dalle molte e sterili variazioni dei passati Ministeri di Destra.
Una voce. È vero! DEPRETIS. – Sapreste voi scoprire il motivo per cui il potere, in passato, ogni due o tre anni si palleggiasse dal l’uno all’altro dei maggiorenti della Destra?
Io sentirei volentieri qualcuno che mi spiegasse i motivi di questo infecondo e costante alternarsi degli stessi uo mini, appartenenti allo stesso partito. Ma per capirne qual che cosa ci vorrebbe la cronaca arcana, la letteratura episodica, il microscopio, ed un fortissimo microscopio parlamentare, per iscoprire le differenze, le opposizioni, le affinità, tra le figure che si succedevano miracolosamente nel caleidoscopio ministeriale. (Applausi.)
Ora, lasciatemelo dire, o signori, questa era un’agitazione senza moto, una varietà senza novità. (Applausi.)
Ma che il Ministero attuale possa essere accusato di non sapere che continuare e ricopiare i Ministeri di Destra, è veramente un miracolo. Eppure questo è stato per più mesi il tema obbligato dei nostri oppositori. E noi abbiamo allora risposto, rispondiamo, e risponderemo: siamo entrati al Governo colla nostra bandiera, vi restiamo colla nostra bandiera spiegata. Et hic (diremo anche noi) manebimus eptime. (Applausi.)
Non è il nuovo, o signori, che noi cerchiamo, noi cerchiamo il vero. Ed io dichiaro apertamente che le idee buone e vere, le utili esperienze, le prenderò dove che sia, anche dai nostri avversarii. Vedete che non manca la generosità da parte mia! (Benissimo!) Prenderò le idee da miei avversarii anche nel caso in cui, per un artifizio di emulazione, inventassero, come ne ha dato il sospetto qualche giorno fa la lettura di certi discorsi che si sono pronunciati da alcuni oratori di Destra, una soluzione impensata pel rafforzamento del corpo elettorale, per semplificare quelle pesanti ed inestricabili macchine che sono diventate le Amministrazioni centrali, le quali furono sinora da loro conservate e custodite come l’arca santa. (Bravo! Applausi!)
Che meraviglia, o signori, se noi ed i nostri avversarii parliamo lo stesso linguaggio? Siamo dello stesso paese, viviamo della stessa vita. Ma se le parole hanno lo stesso suono, se le istituzioni rimangono, e devono rimanere, sulla stessa base, ciò non vuol dire che nulla sia mutato, nulla debba mutarsi.
Permettetemi, o signori, che io spieghi il mio concetto pigliando una similitudine da uno fra i più grandi fenomeni morali che ci presenti la storia della umanità. Voi sapete che le massime più sante del Vangelo le troviamo scritte nei libri di Confucio, nelle leggi di Zoroastro e di Manù, nei precetti di Socrate, nelle speculazioni di Platone; tanto che si è potuto scrivere un libro eruditissimo col titolo: Il Cristianesimo prima del Vangelo.
Eppure del solo Vangelo poté dirsi che creò nuovi cieli e nuove terre. E ciò perché? perché quelle raccomandazioni della benevolenza, quelle confessioni della fratellanza umana, quelle rivelazioni della convivenza spirituale, che negli antichi erano idee di passata, ispirazioni fugaci, nel Vangelo sono la sostanza, lo spirito, l’essenza, la vita. (Benissimo!)
L’ordine delle idee, e soprattutto l’impero della volontà, mutano un concetto da comune in novissimo, come la disposizione dei numeri in una cifra numerica può mutare le unità in migliaia. Veramente la similitudine l’ho presa forse troppo in alto; avrei forse dovuto premettere il si licet mama componere parvis: ma non è men vero che per noi l’Italia è la massima di tutte le cose, è il nostro mondo, è il nostro cielo: che per noi è d’una vera importanza religiosa, ed è per noi vitale il conoscere se riesciremo o no a compiere il Vangelo civile della nostra risurrezione o se invece saremo condannati a ricopiare sempre i vecchi salmi dei profeti caduti. (Applausi.)
Del resto, lasciatemelo ripetere, perché importa troppo, io terrò sempre ferma la bandiera su cui è scritto: avanti, excelsior (Benissimo! Applausi), io piglierò, ovunque le trovi, le buone ispirazioni e le utili idee. (Benissimo!)
È perciò, o signori, che io non mi sono ribellato contro quella tregua, quella specie di tregua, che ci fu offerta dai nostri avversari quando siamo saliti al potere, colla formola della leale aspettazione fino a sperimento compiuto: formola altera, forse troppo pretensiosa, ma che fu presto disdetta col fatto, non solo dai furibondi gregarii, ma dagli stessi capi, troppo presto indispettiti dell’inaspettata disfatta (Benissimo!)
Prevalsero, ripeto, i dispetti dell’impreveduta disfatta.
Tutte le parole, tutti gli atti, fino le intenzioni del nuovo Ministero, furono fatti segno ai più acerbi commenti. Dovrei usar parole assai gravi; ma io so essere più moderato dei miei avversari. (Applausi.)
Di questa prima accusa spero d’aver detto abbastanza. Io ed i miei colleghi abbiamo a quest’ora provato coi fatti, nel brevissimo tempo di vita parlamentare che ci fu concesso, che parecchie cose tentate invano dai nostri antecessori, altre invano a loro richieste, noi le abbiamo potute coinpiere con loro, senza di loro e contro di loro. (Benissimo! Bravo!)
Io non vi farò, o signori, l’enumerazione delle cinquanta leggi votate nell’ultimo scorcio di sessione parlamentare; basterà citarne alcune: quella della Sila, i punti franchi, la legge sugli impiegati civili, la legge sui gradi militari e per i compensi ai danneggiati politici, la legge invano invocata dal grand’uomo che ha liberato dai Borboni mezza Italia, da Giuseppe Garibaldi; questo progetto di legge è entrato ormai pel dominio dei fatti. (Applausi.)
E mi preme dichiarare solennemente che di questa legge si è appena incominciata l’esecuzione, ma che il Ministero è risoluto fermamente di attuare interamente il concetto dell’illustre generale Garibaldi, che è quello di liberare completa mente la città eterna dalle inondazioni del Tevere (Bravo! Applausi prolungati. Viva Garibaldi!); come pure non esito a dichiarare essere negli intendimenti del Ministero, di aiutare il Municipio di Roma nelle opere d’ingrandimento e di sistemazione edilizia della Capitale d’Italia. (Benissimo!)
A me pare oramai ammesso come fatto storico, contra stato da nessuno, che i nostri predecessori usassero dell’ingerenza dei pubblici ufficiali nelle elezioni politiche. È cosa che la Sinistra aveva denunziato; è cosa che fu apertamente confessata dal precedente Gabinetto, il quale dichiarò essere il governo un partito, epperciò corrergli debito d’indicare agli elettori i suoi fidati, e di combattere gli avversarii.
Come intendesse cotesta intromissione del Governo nelle elezioni il precedente Ministero, lo ha potuto vedere il paese nella discussione solenne ch’ebbe luogo in Parlamento l’anno scorso e lo potemmo più innegabilmente veder noi Ministri nuovi, ma non tanto nuovi da non saper trovare le traccie e le prove di quello che del resto era divenuto una teoria di Governo.
Il nuovo Ministero, fedele alle sue promesse e persuaso per di più che il corpo elettorale non è quella pasta maneggevole che i nostri avversari credono (e lo dimostra la vittoria della Sinistra), mantiene il suo fermo proposito, solennemente dichiarato, di lasciar liberissimi da ogni influsso governativo i comizii elettorali. (Benissimo!)
Ma la macchina governativa montata con lungo studio per avversare i candidati di Sinistra e favorir quei di Destra s’aveva a lasciar tal quale? o si doveva forse usar l’impero della disciplina per volgere questa preordinata milizia elettorale a posta e ad arbitrio del nuovo Ministero? Con ciò si riconsacrava il sistema precedente del Governo elettore. (Bene)
Che altro potevasi fare?
Non eravi altro a fare che liberare gli impiegati dai vin coli molesti delle antiche clientele, dai sospetti, dalle sollecitazioni, dalle minaccie, permettetemi la parola, delle prece denti cospirazioni, mutando, con grandissima parsimonia, le residenze de’ più zelanti o dei meno prudenti, per modo che, corretta l’artificiosa tessitura, si ridonasse la libertà a quegli stessi impiegati che sotto la precedente amministrazione l’avevano quasi intieramente perduta. (Applausi).
Si è fatto un gran rumore sopra quelle tramutazioni, e tutto si volle attribuire a fini elettorali Ma perché non tener conto che molta parte di funzionari pubblici furono traslocati, come pur si deve, per ragioni di servizio? Eppure nessuno può contestare al Ministero, che è responsabile al re ed al paese del buon andamento dell’amministrazione, il diritto di scegliere fra gl’impiegati, i più adatti piuttosto in uno che in altro posto. Molte volte, o signori, questi mutamenti sono una vera necessità, quando si verificano delle vacanze negli uffici che bisogna coprire: e spostandone uno, se ne debbono necessariamente spostare parecchi. Ora i nostri avversari che fanno, non dirò d’ogni erba fascio, ma di ogni strumento arma di partito, hanno esagerato i fatti: e, dai più semplici e naturali trassero argomento per accusare d’infinite colpe il Ministero.
Io citerò un altro esempio. Da molte parti dello Stato sono giunte al Ministero, in questi giorni, lagnanze vivissime pel contegno degli agenti delle tasse, e di altri impiegati delle finanze, per gli apprezzamenti dei redditi di ricchezza mobile da assoggettarsi a tasse nell’anno prossimo. Credo che queste voci, ripetute da molti giornali, saranno venute all’orecchio di moltissimi fra voi. Ebbene, il Ministero ha fatto il suo dovere, ha eseguito subito delle inchieste imparziali e diligenti. Ora, credete voi ch’egli debba rimanersi indifferente quando gli sia risultato che dopo la proposta d’un aumento da uno a dieci della rendita imponibile, l’agente si è contentato ed ha transatto sopra una cifra insignificante? Credete voi che quest’impiegato abbia fatto il suo dovere e siasi attenuto alle istruzioni chiarissime del Ministero, che vogliono l’applicazione esatta della legge, ma vessazioni mai? Credete voi che il Ministero in simile caso abbia a rimanersi colle mani in mano, e che non possa provvedere, almeno, col traslocare gl’impiegati dal posto dove il loro contegno ha destato la più aperta avversione, non solamente contro essi stessi, non solamente contro il Ministero, ma contro l’ente Governo? (Bene!)
In questi casi il Ministero ha il dovere di essere e sarà inesorabile.
Egli rispetta la libertà e la dignità dei pubblici ufficiali.
Essi sanno che l’attuale Ministero è più che mai risoluto a migliorare le loro condizioni economiche. La legge che fu votata dalla Camera avrà il suo compimento nel bilancio del 1877; e quello non è che un primo passo, che possiamo fare senza ritardo, giacché nel bilancio dell’anno prossimo ci è ancora un margine sufficiente per coprire questa maggiore spesa: ma io sono risoluto a fare assai più: nella prossima sessione sarà presentata la legge sullo stato degl’impiegati, e spero anche di poter estendere il miglioramento economico dei funzionari delle amministrazioni provinciali. Gl’impiegati sanno dunque che essi hanno nell’attuale Gabinetto un difensore dei loro interessi: ma essi devono egualmente sapere che l’attuale Ministero ha cambiato in fatto di elezioni politiche la parola d’ordine. Se la parola d’ordine delle amministrazioni precedenti era questa: chi non è con noi è contro di noi; la nuova parola d’ordine che io rivolgo a nome del Ministero a tutti i funzionari dello Stato, in fatto di elezioni, è quest’altra: Lasciate passare la volontà del paese (Benissimo! Applausi prolungati).
Ora debbo parlarvi dei nostri propositi di Governo.
Consentitemi che io non tocchi della nostra fede monarchica. Nessuno che abbia coscienza la mette in dubbio (Bene!) Non sono molti coloro che ebbero la fortuna di dar prova della devozione al Re ed alla Reale famiglia come chi ha l’onore di parlarvi (Applausi.) L’unità del corpo politico, la concordia degli animi, queste due supreme condizioni della vita nazionale sono i due beneficii immortali che l’Italia deve al Re ed alla Casa di Savoia (Evviva il Re! Applausi).
Parrà strano, o signori, che io vi parli di concordia alla vigilia di una fiera battaglia elettorale: ma io ripeto questa parola, che non indica parità d’idee, ma comunione e rispondenza d’affetti.
Sì, noi dobbiamo essere tutti concordi, qualunque sia il partito politico a cui apparteniamo, noi, come i nostri più decisi avversari, nell’amore d’Italia, nella devozione al Re, nel culto dell’unità, nella fede irremovibile delle nostre istituzioni. Questa stessa lotta a cui ci apparecchiamo, questo con trasto d’uomini e di concetti, è possibile, è civile, e sarà fecondo, perché questa pacifica colluttazione si svolge nell’orbita dello Statuto che indirizza gli opposti sforzi ad una stessa gloriosa mèta, alla prosperità della patria. (Bene! Applausi prolungati.)
Sì, o signori, noi abbiamo fede in questa concordia delle due grandi parti politiche che devono alternarsi al potere: noi rendiamo questa giustizia pei primi ai nostri oppositori: mal per loro, mal per alcuni di loro, se, trascinati da basse passioni, osano lanciar calunnie, e sussurrare sospetti! Questi sospetti non arrivano sino a noi, e, in ogni caso, non meritano che noncuranza o disprezzo. (Benissimo!)
Permettetemi, poiché ho accennato alle parti politiche, che io dica una parola di certe pretensioni, di certe storie fatte, non dirò ad usum delphini, ma ad uso specialissimo dei partiti politici, e compilate a posta per coloro che vogliono essere ingannati da loro. I nostri avversari, lo sapete, si ascrivono a proprio merito tutte le fortune d’Italia, dalla spedizione di Crimea al 20 settembre del 1870, dalla guerra audace del 1555 alla sapiente neutralità del 1870, dalle prime leggi d’imposta al pareggio. Ed a noi sapete che parte assegnano? A noi della Sinistra assegnano quella parte che nei processi di canonizzazione si assegna al Diavolo. (Ilarità.)
A noi assegnano il dubbio, la negazione, il sospetto, le sventure. Ebbene, guardate un pò, io sarei anche disposto ad assumere sul mio capo una parte di responsabilità di al cune delle grandi sventure italiane. Ne dirò una delle più formidabili, Novara! Novara che ha mostrato al mondo come Casa Savoia non sapesse né mancare alla parola, né umiliarsi per destini avversi, né disperare mai della giustizia. E questa prova, o signori, non la poco influito sui destini d’Italia.
(Bene! Bravo.)
Siano pure assegnate anche a nostra colpa le temerità profetiche di Brescia, di Venezia e di Roma, il sangue Mentana, i sacrificii di tanti martiri di cui qui vicino a me, o signori, sta un glorioso superstite.
Molte voci. Evviva Cairoli! DEPRETIS. – Ebbene, tutte queste sventure hanno preparata la breccia incruenta di Porta Pia (Applausi!), hanno potentemente contribuito a portare Re Vittorio Emanuele al Quirinale, hanno consacrato l’unità e la libertà imperitura della patria nostra. (Bravissimo! Applausi.)
Però, o signori, sarebbe tempo che la verità storica fosse un po’ meglio rispettata, che i vanti tornassero a più giusta misura, e che anche nella storia del risorgimento italiano si adoperasse da tutti gli uomini leali, a qualunque partito appartengano, un po’ di giustizia distributiva, (Bravo!)
Del resto, o signori, su questa eterna questione di competenza dei due grandi partiti parlamentari, mi sovviene un aneddoto che mi pare faccia proprio al caso nostro. Quando i Chinesi hanno trovato la polvere (sapete che la polvere da cannone non fu scoperta né da un frate né da un tedesco, la scopersero, forse per caso, i Chinesi), ebbene nacque allora nella China una fierissima disputa, per sapere se la forza esplosiva della polvere fosse dovuta al nitro, allo zolfo od al carbone (la chimica bisogna che non sia in fiore nella China).
Fatto sta, ch’io credo se ne disputi ancora. Ebbene, la questione di cui ho parlato, cioè se sia la Destra o la Sinistra che ha più potentemente aiutato a fare l’Italia, non è una questione italiana, è una questione chinese. (Bravo! Ilarità!)
Ma veniamo, o signori, al programma politico, od almeno a quella esposizione dei propositi dell’attuale Gabinetto che io ho promesso ai miei elettori.
Voi ricordate sicuramente il discorso che io feci, or un anno, come capo dell’Opposizione parlamentare, discorso che ebbi a ripetere il primo giorno in cui mi sono presentato al Parlamento come capo del novo Ministero.
Oramai sarebbe fatica inutile e tempo rubato il ridire quello che fu più volte commentato da amici e da avversari.
Non pertanto mi rimangono alcune cose a soggiungervi.
Il programma del Ministero attuale, io debbo dichiararlo alta mente, è sempre il programma di Stradella: è sempre quello che ho ripetuto alla Camera il 23 marzo. L’esperienza del Governo per me non è nuova, ma certo l’esperienza fu fatta da me in circostanze straordinarie e nuove, e non perciò si mutarono le mie convinzioni. Il programma di Stradella io lo mantengo tal quale; non ho da cancellarvi una sillaba.
(Benissimo.) Ma io non sono il Dio Termine: anche pei ministri c’è la legge del progresso; e vi confesso che nel programma di Stradella ho trovato molte cose da aggiungere, più molte da riordinare.
L’ideale è sempre quello, o signori, unità e libertà. Di questi due fondamenti è promessa e guarentigia lo Statuto del Regno. Intorno a questo codice di salute debbono raccogliersi tutti gli italiani, tanto chi ne adora la lettera, come chi ne sente lo spirito: ed io, per conto mio, non temo lo spirito vivificatore dello statuto costituzionale italiano. (Benissimo!) Anzi io sono profondamente convinto che la monarchia costituzionale, come ne fa prova secolare l’Inghilterra e controprova evidente l’Italia nostra, è la più libera, la più salda delle repubbliche. (Applausi.)
La monarchia costituzionale non ha nulla da temere per l’espandimento, e l’estrinsecazione di ogni libertà. Imperocchè chi dice libertà, dice impero equo, formo, consentito, razionale delle leggi emanate dalla pubblica coscienza. Più in là non ci è libertà, ci è dissoluzione. (Bene!)
Lasciate che per esprimere il mio concetto e rompere l’austerità di questi pensieri, io ricordi un simbolo del grande scienziato tedesco, di Alessandro Humboldt, che dipinse la libertà disciplinata della vita e la libertà scatenata della morte.
Egli le raffigura in due cori di ninfe: il primo, unito in affettuosa catena di mani conserte, move a danza composta e misurata, raggiante d’affetto contenuto e d’intelligenza; è la natura, insomma, che vincolata alle leggi organiche, trova la libertà consapevole e le gioie pensose della vita. Di contro, il coro scompigliato delle Menadi, discinte, lanciate ad inseguire la propria frenesia, inconscie dell’ebrezza che le agita: è la natura abbandonata alla confusione degli elementi, alla libertà degli atomi.
Voi comprendete come la vita organica sia un’arte della natura, la libertà civile sia un’arte dell’intelligenza concorde è sovrana. Noi non vogliamo né l’Italia in pillole, né l’Italia baccante ed atomistica; noi vogliamo l’Italia una, forte, vigorosa e veramente libera. (Bene! – Applausi prolungati.)
Io non temo, anzi desidero e ritengo necessaria l’esplicazione di tutte le libertà, e metto al primo posto le libertà politiche. Quindi in questa parte, cioè per ciò che riguarda la legge elettorale politica, io confermo il programma che ho fatto un anno fa, come lo confermo riguardo alla seconda di queste leggi politiche, cioè intorno alla legge sulle incompatibilità parlamentari. (Bravissimo! Bene!)
Il previdente senno del Re, o signori, che ha creduto alla fortuna d’Italia anche nei giorni della disperazione, non esitò un istante ad accogliere la proposta del suo Governo: egli volle che la costituzione del corpo elettorale, onde escono i legislatori, fosse messa al cimento dei nuovi tempi e raffermata su basi inconcusse: egli volle che, se miglioramenti in questa materia si possono pensare e compiere, le riforme precedessero le domande; cosicché perdurasse sempre pienissima nella nazione la coscienza di concorrere all’opera legislativa. Da ciò quell’atto nobilissimo che impose di rimettere a studio la legge elettorale politica, la quale, appunto perché non v’è ora alcuna urgenza di desiderii, vuole essere esaminata dai nuovi legislatori con tutta la calma, con tutta la maggiore attenzione: ed il loro voto su questa legge sarà il coronamento dell’edificio delle riforme a cui saranno dalla nazione chiamati. (Applausi!)
V’invito quindi, o signori, a portare un brindisi alla salute del primo sol lato d’Italia, alla prosperità di Vittorio Emanuele. Evviva Vittorio Emanuele! (Applausi vivissimi e prolungati. – Viva il Re, viva Vittorio Emanuele!)
Se lo permettete mi riposerei pochi minuti.
Voci: Sì, sì; riposi.
(L’onorevole Depretis si riposa per cinque minuti).
DEPRETIS. – Permettetemi, o signori, che io, continuando il mio discorso, vi dica brevissime parole sulla politica estera.
Anche su questo punto ho nulla da togliere, nulla da mutare alle dichiarazioni che ebbi l’onore di fare alla Camera il 28 marzo passato.
La politica italiana nelle sue relazioni coll’estero fu, negli ultimi anni, resa più facile dai grandi avvenimenti che si compirono in Europa.
L’Italia deve continuare nella politica pacifica, prudente, dignitosa, che fin qui le ha cattivato le simpatie delle grandi potenze europee. Senza però mi affretto a dichiararlo) che, per prudenza eccessiva, rinunzi alla sua devozione ai grandi principii della civiltà e dell’umanità. (Bene! Bravo!) Queste cose io dissi il 28 marzo: e allora le mie parole parvero, non so perché, un’audacia. Ripeto quelle parole anche oggi, come una inconcussa professione di fede.
Nessuno vorrà che io entri a discorrere delle questioni gravissime che ora tengono ansiosa e sospesa l’attenzione di tutto il mondo civile. Però nessuno può dimenticare recenti esempi i quali mostrano che la pietà, l’equità, l’indignazione irresistibile della coscienza umana contro le violenze barbariche, possono imporsi come una legge ed una necessità morale anche alle tradizioni della diplomazia ed ai più freddi calcoli degli interessi politici. (Applausi.)
Ma veniamo, o signori, ad un altro tema, sul quale (mi spiace di dovervelo annunziare) voi potete intuonare il verso di Dante:
«Ora comincian le dolenti note.»
Voglio parlare della finanza. (Segni di attenzione.)
Ho detto che abbiamo l’unità e la libertà politica. Ma siamo noi veramente liberi? Non soggiaciamo noi a qualche resto di servitù? Prima o signori, e pur troppo grave servitù, è la finanza. È vecchio adagio che chi ha debiti ha padroni.
E padroni, pur troppo, spesse volte non solo di averi, non solo di corpo, ma ancora di anima. Abbiamo dunque, o signori, (non giova dissimularlo) la servitù della finanza. Ed io sono proprio desolato nell’annunzarvi che vi parlo come il capo degli esattori, o, se volete, come l’esattore in capo (Ilarità): sono il ministro delle finanze, e, volere o non volere, il rappresentante di questa servitù.
L’Italia, o signori, se si tiene conto, come si dovrebbe (e come non si suole tener conto), non solo delle finanze dello Stato, ma di quelle delle Provincie e dei Comuni, – paga, a conti fatti, poco meno che metà del suo tesoro a riscatto del suo passato.
Noi abbiamo spezzate le catene, ma ce ne rimane ancora il peso sotto forma di debito. E peggio; perché il balzello impostoci dagli stranieri si poteva pagare a cannonate, men tre il balzello che ci siamo assunto sulla nostra parola di popolo libero ed onorato non si può pagare che a contanti, a lavoro rafforzato, a risparmio raddoppiato. (Bravo! Benissimo! Applausi.)
Lasciate che io qui risponda ad un’altra delle gravi accuse che sono indirizzate all’attuale Gabinetto.
Siamo accusati di aver fatto nulla in nessun ramo del l’amministrazione pubblica, meno che nulla in fatto di finanza.
lo invece ho la coscienza che si è lavorato, e si è fatto non poco. E mi affretto, o signori, a rendere qui testimonianza al mio amico e collaboratore, il deputato Seismit-Doda, che mi aiuta nell’amministrazione finanziaria. Molto, del bene fin qui ottenuto, deve attribuirsi al mio egregio collaboratore.
(Bene!)
Di più io ebbi la ventura di avere l’aiuto cordiale di parecchie Commissioni che risposero con alacrità ed energia alle mie premure. Alcuni de’ miei valenti cooperatori io veggo presenti a questo banchetto; ed io scelgo quest’occasione per render loro testimonianza dello schietto e fruttuoso concorso che hanno prestato all’attuale amministrazione. (Benissimo! Bravo! Si è fatto nulla! Ma quanto tempo hanno impiegato gli altri ministeri che ci precedettero prima che arrivassero a mettere mano ad una riforma di qualche importanza? E sì che trattavasi di uomini che si succedevano nella stessa scuola.
(Si ride.)
Una voce. Stessa chiesa.
DEPRETIS. – Erano edizioni più o men rivedute dello stesso libro, erano fili rannodati della stessa lana. (Benissimo! Ilarità.) E a noi, venuti nuovi, creduti poco vita! i, noi costretti a metter mano alla complicata macchina del Governo, allestita da altri, restia a novità, preordinata, educata all’altre idee, subordinata ad altre influenze, a noi si fa colpa di non avere in sei mesi (e tre mesi li abbiamo consumati in un improbo lavoro parlamentare a tutti noto) già tutto ricostrutto un nuovo edificio finanziario, di non avere affrettatamente preparate le correzioni, anzi le radicali riforme che da noi si temono (Si ride), e che pure da noi si sollecitano con un furore inaudito. (Benissimo! Applausi.)
Ma, o signori, tutte queste accuse non possono cambiare la storia. In poco più di tre mesi, sotto la nostra amministrazione, il Parlamento ha votato circa cinquanta pro getti di legge, alcuni dei quali importantissimi. Quello sulla Sila; quello sui depositi franchi, sì fieramente contrastato nella Camera vitalizia; quello per le opere stradali nell’Italia meridionale; quelli sulle opere idrauliche; quello pel migliora mento delle condizioni degl’impiegati; quello per gli ufficiali che perdettero i gradi per ragioni politiche; ed infine la convenzione di Basilea, che ho salvato da un naufragio certo, mi si permetta di dirlo, con uno sforzo di pazienza e di ostinazione.
Una voce. È la verità.
DEPRETIS. – Eppure, ci si dice, non abbiamo fatto nulla.
È vero, alcune leggi non le abbiamo potute condurre a compimento; ma voi sapete che il potere esecutivo non è il padrone del potere legislativo. Havvi una legge, nata dall’iniziativa parlamentare, che io avrei voluto vedere approvata, perché da essa, io principalmente, io, ministro delle finanze, aspetto molte rivelazioni: è la legge sulla inchiesta agraria (Benissimo!), la quale mi farà conoscere un po’ a fondo in che condizione si trovino le plebi condannate al lavoro dei campi. (Bravo! Applausi.) Ebbene, non è stato possibile vederla approvata; ma sarà questa una delle prime che l’attuale Gabinetto invocherà dalla carità cittadina della nuova Camera. (Bravo!)
Quanto all’efficacia delle Commissioni che, come dissi, hanno prestato al governo una opera zelantissima, mi basterà una rapidissima rassegna del lavoro che si è da esse compiuto.
L’esame dei nuovi regolamenti universitari, il mio onorevole collega il ministro dell’istruzione pubblica vi saprebbe dire quanto lavoro e quanta fatica richiese.
Voci. Evviva Coppino! DEPRETIS. -Se fosse presente un altro mio egregio amico, il ministro di agricoltura e commercio, saprebbe dirvi quanti studi si siano fatti per la riforma degli istituti tecnici. La legge sui servizi postali marittimi, legge gravissima, anch’essa è opera d’una Commissione; ed il progetto di legge è in pronto. La legge per la ricostituzione dei comuni e delle provincie uscì pure dai lavori di una Commissione zelantissima.
Le basi principali di questa legge, di cui dirò in seguito, rispondono al programma che io feci l’anno scorso a Stradella.
La legge sull’amministrazione delle Opere Pie, che ha per iscopo la difesa del patrimonio dei poveri, fu anche allestita da una Commissione governativa. Le riforme (e queste mi riguardano da vicino) alla legge ed ai regolamenti della tassa di ricchezza mobile, quelle dei regolamenti e della legge sul macinato, la nuova legge sui fabbricati, i nuovi regolamenti per la riscossione delle imposte dirette, ed altri provvedi menti non pochi che riguardano la finanza, tutti questi lavori furono compiuti, in brevissimo tempo, coll’aiuto delle Commissioni. E tutto questo è nulla?
Tali sono le accuse dei nostri generosi avversari, così apertamente contraddette dai fatti.
Ma lasciatemi continuare sull’argomento.
Il 28 marzo io ho assunto dinanzi al Parlamento ed al paese un gravissimo impegno, cioè ho promesso di non diminuire le entrate e di non aumentare le spese senza che fossero previsti i mezzi coi quali farvi fronte. Or bene, i nostri avversari notarono, con una compiacenza che quasi mi per metterei di chiamare colpevole, che le entrate dello Stato durante la nostra amministrazione erano diminuite di qualche diecina di milioni.
Certamente l’annata attuale, chi non sa che non è buona?
La produzione agraria, lo sappiamo tutti, è stata meschinissima; gli affari, colle nubi che sorsero sull’orizzonte politico, restarono in sospeso, e l’attività industriale rimase intorpidita.
Ora, volete voi dare colpa all’attuale amministrazione della stagnazione industriale, delle stagioni cattive e dell’annata scarsa? (No! no.) Fin là io non credo che vada la responsabilità ministeriale.
E tuttavia, vedete caso! La realtà dei fatti, malgrado gli eventi contrari, finirà per contraddire anche a queste accuse avventate, perché le previsioni del bilancio corrente, dai dati che ho accuratamente raccolti, non andranno fallite; avremo diminuzione su qualche ramo di entrata, ma avremo un aumento corrispondente su altri.
Permettetemi che io ve ne citi uno di questi cespiti di entrata, che veramente non è quello che io adori: il macinato.
Ebbene, abbiamo, è vero, perduto qualche cosa in confronto delle previsioni sulla tassa degli affari e dei trasporti sulle ferrovie, perché si è intorpidito il movimento industriale:
invece il macinato ha prodotto nei primi nove mesi dell’anno quattro milioni di più che l’anno scorso. E non crediate che ci sia stato rigore: no; sapete anzi che siamo accusati di essere molto indulgenti nell’applicare la legge sul macinato. Ed infatti, non dirò che siamo stati indulgenti, solo abbiamo cambiato contegno; le liti sono diminuite del sessanta per cento in confronto a quelle che ci erano prima; un’infinità di litigi insorti si sono finiti; e ciononostante la tassa ha dato quattro milioni di più. Spero che ci si farà colpa di quest’aumento. Così altre tasse hanno pure dato altri aumenti:
e le previsioni del bilancio in corso, malgrado le nere profezie dei nostri avversari, non saranno smentite.
Lo stesso possiamo dire del bilancio di prima previsione del 1877. Le cifre che ho rivedute ancora ultimamente, mal grado gli aumenti che vi si dovettero introdurre in seguito alla convenzione di Basilea, mi dimostrano che la nostri situazione finanziaria non è punto peggiorata. Queste cifre mi annunziano anzi che il bilancio di prima previsione del 1877 mi darà un margine di alcuni milioni, sufficiente a sostenere le spese pel miglioramento delle condizioni economiche degli impiegati ed anche per compensare le annue passività a cui dovrà sottomettersi lo Stato per le nuove costruzioni ferro viarie, alle quali siano tenuti per legge. (Benissimo!) Quindi io posso affermare sulla fede dei dati che anche recentemente ho esaminati, che la condizione del bilancio si è, nel suo complesso, piuttosto avvantaggiata.
E ne darò a tempo e luogo la dimostrazione. Ma intanto mi sia permesso di notare, che anche la finanza europea ha fiducia nella nostra situazione finanziaria: tanto è vero, che da sedici anni a questa parte, cioè dalla costituzione del regno d’Italia in poi, la rendita pubblica non ha mai raggiunto il saggio a cui io ho avuto la fortuna di vederla salire durante la mia amministrazione. (Benissimo.) Segno evidente che sono svanite, se mai hanno potuto sussistere, le apprensioni divulgate dai nostri avversari intorno ai ministeri di sinistra. (Benissimo! – Applausi), Tuttavia io non debbo tacere che la molta ostentazione con cui fu proclamato il raggiunto pareggio deve essere accolta con qualche riserva.
Noi abbiamo un pareggio, lo ammetto; ma io dichiaro francamente che questo pareggio non è che numerico e no minale, che non ha elasticità, non ha riserve, e lascia insoddisfatti molti bisogni dello Stato; è un pareggio che un vento traverso della politica può da un momento all’altro, non solo compromettere, ma distruggere intieramente.
Ond’è, che nemmeno in questa parte io posso variare il programma del 28 marzo; cioè io debbo dichiarare che non posso diminuire neppure di una lira i redditi dello Stato; ma nel tempo istesso io mi tengo sicuro di poter avviare e di giungere presto ad un vero e stabile miglioramento finanziario.
Intanto, o signori, le riforme promettenti che si vanno introducendo nelle nostre scritture contabili ci concedono di vedere e di lasciare vedere chiaro nelle cose della finanza.
Questo è già un buon principio di credito. Ma veniamo più al vivo della questione finanziaria.
Nel programma di Stradella, come in quello del 28 marzo, il Ministero si è impegnato a studiare e a compiere la riforma tributaria.
Signori, in questo pressoio delle finanze, fatto ad impazienza di bisogno e sotto la necessità di una forza maggiore, non si badò sempre alla legge di giustizia: fa d’uopo confessarlo apertamente, mancò parecchie volte l’eguaglianza distributiva. Le nostre leggi di finanza furono talvolta piuttosto requisizioni che imposizioni. A tale sconcio è necessario por tare rimedio. Questa è la prima occorrenza, questo è il primo bisogno, questa la prima ammonizione fatta ai ministri precedenti, questo il primo e più sacro impegno assunto dai ministri attuali. (Bene! Bravo!)
La rivoluzione parlamentare del 18 marzo non ha dimandato abolizione né scemamento di imposte; esazione giusta, ripartizione equa: ecco la dimanda che corse da molte parti della Camera.
Esazione giusta vuol dire inesorabilmente ed egualmente severa ai restii, a difesa degli ossequenti alla legge: esazione giusta vuol dire che non trascorra a zelo indiscreto, non esageri il necessario rigore del fisco: vuol dire condannate le ostentate durezze e gli estri fiscali. Ed a questo il ministero attuale ha già cercato di provvedere colla riforma di alcuni regolamenti.
E citerò un caso.
Secondo il regolamento vigente, era possibile che un contribuente per la tassa di ricchezza mobile fosse tassato, e ve desse esaurirsi tutta la procedura amministrativa, senza che potesse far valere personalmente ed in contraddittorio le sue ragioni. Il che era un’evidente ingiustizia, poiché in nessun procedimento può escludersi il sacro canone audiatur et al tera pars, tanto più quando una delle parti è il fisco. (Benissimo!) Ed a questo si è provveduto col nuovo regola mento.
Più difficile è il tema dell’equa ripartizione, ossia delle leggi che stabiliscono l’accertamento delle quote tributarie: imperocchè, anche se si trovasse l’eguaglianza e la proporzionalità assoluta, mancherebbe spesso l’eguaglianza sostanziale e la proporzionalità relativa. Ma noi non possiamo sperare d’essere più sapienti della natura, che se anche misurasse a tutti i beni e i mali della vita, ciascuno secondo la sua capacità e attitudine, ne crescerebbe o ne attutirebbe gli effetti. Così l’imposta. Ma dove non si possa giungere al l’ultimo vero, almeno si deve raggiungere una comune e con sentita certezza. Ed invece noi abbiamo certezza e dimostra ione della sproporzione tecnica ed economica colla quale furono affrettatamente piantate le nostre imposte.
Bastano poche parole a dimostrarlo.
Sproporzione tecnica evidente nella tassa di ricchezza mo bile, pel modo con cui si stabiliscono le quote; nell’imposta del macinato, pel modo con cui si riscuote; nella imposta fondiaria, o, dirò meglio, nell’imposta sui terreni, assestata a modo provvisorio, per una tregua di stanchezza, quasi direi di disperazione e di sgomento di ritentare la questione, e che si lasciò sospesa per ben dodici anni, sempre promettendo di farla rivivere e di risolverla e sempre mancando alla promessa (Bravo!).
Alle sproporzioni tecniche bisogna aggiungere le discrepanze, le dissonanze economiche, evidentissime anch’esse.
Ed anche qui poche parole e pochi esempi.
Il nostro paese è quello in tutto il mondo, forse eccettuata l’Inghilterra, che contribuisce di più per l’uso del sale, questa essenza sanificatrice dell’organismo animale; e che contribuisce meno per l’uso dello zucchero, che è il sale dei ricchi; pel caffè, che è l’ambrosia dei nervi delicati, come dice il mio amico Mantegazza. Lire 55 il sale, 20 o 28 lo zucchero.
Nello stesso modo il nostro paese paga il massimo sul pane, il minimo sulle bevande spiritose; il massimo sui consumi necessari, le carni, gli olii, le farine; il minimo sui consumi voluttuosi, e quasi inebbrianti, il tabacco. Il nostro paese paga il massimo per le merci manufatte che sono di prima necessità, ed il minimo per gli articoli di eleganza e di lusso.
Queste sono evidentissime discordanze economiche.
Ora, io domando: in faccia a questo quadro, non erano forse giuste le ritrosie della Sinistra nell’accettare le imposte quali venivano presentate al Parlamento? Le sue critiche forse non saranno sempre state pratiche, ma il suo giudizio complessivo era sicuramente giusto. La Sinistra aveva ragione di do mandare una migliore distribuzione tecnica ed economica dei tributi. E noi, usciti da quel partito, noi più che tutti, sentiamo sopra di noi ricadere l’obbligo di riformare, di rivedere tutto l’edificio tributario, di ravviarlo a maggiore equità, a più proficua ripartizione, senza scomporne le parti, e senza scuoterne le fondamenta.
Noi abbiamo l’obbligo di fare, e noi faremo questa difficile riforma; ed ho la coscienza che la porteremo a compimento.
Noi agiremo con prudenza, ma senza esitazione: ma, lo di chiaro apertamente, noi seguiremo una via diversa da quella dei nostri avversari; noi non procederemo nel senso delle metafore come quella della lente dell’avaro, delle economie fino al l’osso, delle colonne di Ercole (Si ride), che significano un vizio, un’operazione chirurgica, un’errore geografico. Bisogna guarire, ridonar la salute, riattivare la vita. Il bilancio dello Stato nasce dal bilancio della nazione. Quando il padre è robusto, anche il figlio nasce e vive sano. Questa è tutta la questione.
(Bravo! bene! applausi.)
L’avaro, per non ispendere, si lascia cadere la casa in testa; chi vuol andare coi risparmi fino all’osso, tronca i muscoli, i nervi vitali; chi si pone poi un ostacolo ideale ed una superstizione, si crea un’illusione. Il bilancio delle forze vere è quello che bisogna ottenere, il bilancio economico.
Epperciò non può farsi conto di una situazione forzata, di una situazione estrema. Bisogna che questo bilancio abbia una elasticità che rappresenti il variare dei casi, le eventualità, le sventure. Finché non abbiamo un bilancio simile, noi non abbiamo il pareggio. (Bene!)
Bisogna por mano alle riforme tributarie; 1° perché esse, rispondendo alla natura delle forze economiche, diano luogo alla necessaria elasticità; 2° perché cresca la forza vera della produzione che ora, in moltissimi casi, è inceppata dalla stessa mala distribuzione delle imposte.
Noi ci troviamo spesse volte in un circolo vizioso; le imposte non fruttano, perché manca la produzione; la produzione non cresce, perché le imposte sono un principale impedimento.
(Bene!)
La questione urgente, quella che dà l’impronta caratteristica alla rivoluzione parlamentare del 18 marzo, è dunque la riforma tributaria, la quale può riguardarsi sotto l’aspetto della giustizia distributiva e delle convenienze economiche.
Tre forme d’imposta rispondono alla prima necessità del l’equa e proporzionale ripartizione: il macinato, la ricchezza mobile, la imposta sui terreni.
La tassa di ricchezza mobile presenta, a mio avviso, tutte le difficoltà dell’imposta unica, che non poté essere attuata in nessun paese del mondo; anzi ne presenta delle maggiori. La base diversa che agli uni commisura la tassa sopra un reddito certo, agli altri sopra un reddito denunciato, introduce grandi disparità. Il solo modo di raccostare le denunzie al vero, sarebbe il giudizio del pubblico; ma questo giudizio è inefficace.
L’onorevole Sella tentò il rimedio eroico di una pubblicazione in cui erano scritte tutte le rendite dei contribuenti. Ma finì per essere una statistica platonica; manca il riscontro. Tolti ai comuni i centesimi addizionali, cessò il controllo delle rappresentanze municipali. Dovettero crescere i rigori, e adottare una procedura eccezionale, non sempre fondata sulla giustizia. Io spero che la Commissione, la quale fu incaricata di esaminare questa legge, presenterà al Ministero (e sono sicuro le presenterà in tempo utile) tali riforme da potere almeno, nella prossima sessione, togliere i maggiori difetti, e le più gravi asprezze che presenta la legge attuale. (Bene!)
Anche la perequazione prediale da lungo tempo aspettata, io spero sarà discussa e votata dalla nuova Camera.
Essa si limiterà a provvedere ad un bisogno urgente, cioè a fare sì che si possa perequare l’imposta fondiaria fra i contribuenti nello stesso Comune, e che si possa provvedere alla formazione del catasto geometrico in tutto lo Stato; a nessuno può venire in mente di aumentare l’aliquota della tassa fondiaria, la quale è già a quest’ora di troppo elevata. (Benissimo!)
Sarà pure presentata una legge per la revisione del reddito imponibile e quindi della tassa dei fabbricati. Questa re visione fondata sopra un catasto sarà, a mio avviso, di qual che utilità all’erario e di un vantaggio anche maggiore ai contribuenti, i quali nella detta tassa trovano adesso molti degli inconvenienti della tassa di ricchezza mobile. I centesimi addizionali sulle tasse dei fabbricati potranno essere più equa mente ripartiti.
Quanto alla più dolorosa e, lasciatemi dire, la più temeraria delle imposte, quella del macinato, io non aveva troppa speranza di vederla ravviata a meglio. Ho nominato una Commissione la quale fece lunghi studi, ma il rimedio è difficile a trovarsi. Il contatore rivela il lavoro della macina, non si rivela l’effetto del lavoro, non la qualità della materia macinata.
La Commissione mi propose, ed io ho accettato, lo spediente di fare un appello alla scienza meccanica mediante un con corso. Mi gode l’animo di potervi annunziare che, ora sono due giorni, ho ricevuto dall’illustre presidente della Commissione un telegramma, col quale mi annunzia essere certa la soluzione per la parte meccanica col mezzo di un pesatore.
(Benissimo!)
Io spero che gli ultimi esperimenti confermeranno questo ben augurato annunzio, e così potranno essere tolti di mezzo molti dei gravi inconvenienti di questa tassa e cesseranno molti guai per le popolazioni e più assai pel Governo. (Bene!)
Eccovi adunque quattro progetti di legge, per riforme tributarie che la nuova amministrazione presenterà alla nuova Camera. E con queste riforme il ministero attuale risponde al voto del 18 marzo, il quale disse chiaramente: prima le riforme tributarie.
Ma qui non si fermeranno i nostri studii. Abbiamo un cespite d’entrate che in altri paesi è dei più importanti, il tabacco. Si è tentato di migliorarlo, e si è fatta una cattiva prova. L’anno scorso si è accresciuta la tariffa dei tabacchi; si è creduto che, aumentando d’una lira il prezzo di dodici milioni di chilogrammi di tabacco che si vendono annualmente, si sarebbero ottenuti se non dodici milioni, almeno nove.
L’esperienza ha dimostrato che i contribuenti hanno pagato sei milioni e mezzo, ma due milioni e mezzo soltanto entrano nelle casse dello Stato.
Io credo che si potranno trovare altre soluzioni, perché veramente è un grave danno allo Stato che un cespite così importante rimanga ancora nei confini assegnati dal contratto colla Regia Si sono fatti degli studi sulle finanze comunali e per la loro separazione dalle finanze dello Stato, come pure si studiò la riforma dei dazi di consumo: ma su questi gravissimi argomenti io non posso promettere altro à miei elettori ed al paese, se non che tali questioni, che sono delle più difficili, io le studierò, e le farò studiare accuratamente, ma non prevedo prossima una soluzione.
Ora devo ancora toccare di due non meno gravi argomenti che riguardano la finanza. L’uno gravissimo sopra tutti gli altri, che vuol essere definito a scadenza vicina e che debbo esaminare in unione al mio egregio collega ed amico il ministro di agricoltura e commercio: la rinnovazione dei trattati commerciali (Vivi segni di attenzione); l’altro è pure un gravissimo affare che ho comune col mio collega il ministro dei lavori pubblici, ed è la concessione all’industria privata dell’esercizio delle ferrovie riscattate, e la costruzione di nuove ferrovie a complemento della rete ferroviaria del regno. Su questi due argomenti io esporrò i concetti del Governo, dopo un momento di riposo.
Moltissime voci: Sì, sì; si riposi.
(Dopo alcuni minuti l’on. Depretis riprende il suo di scorso).
DEPRETIS. – Dirò dei trattati di commercio e delle ferrovie. (Vivi segni d’attenzione).
Dei trattati di commercio voglio dire poche cose, e voi, o signori, capirete la ragione del mio riserbo.
Le trattative sono in corso. Tuttavia dirò che un egregio cultore delle scienze economiche, mio amico personale, l’onore vole Luzzatti, che ha presieduto splendidamente l’inchiesta industriale, che fu incaricato dal precedente Gabinetto dei negoziati pei trattati di Commercio, e che io, usando e forse abusando della sua amicizia, ho a mia volta sottoposto ad un’inchiesta e interrogato su tutte le fasi delle trattative colla Svizzera, colla Francia e coll’Austria, mi fu cortese dei più ampi schiarimenti e mi ha persuaso che una conclusione non è difficile.
lo ho ristudiato la materia, e mi sono formata una convinzione. Io sono ben risoluto, per conto mio, a non fare esperimenti rischiosi ed a non cedere, né a lusinghe, né a pressioni. Le condizioni dell’industria nazionale, cioè del lavoro nazionale che è fattore di moralità e di dignità nazionale, queste condizioni sono abbastanza difficili, e non vogliono essere peggiorate. Sarò fedele alle dottrine economiche; ma trattandosi di convenzioni commerciali sarò obbligato ad insistere sulla parità di trattamento e sulla reciprocità dei compensi. (Benissimo! bravo!) Se poi ci fosse giuoco di tariffe contro il nostro commercio e la nostra produzione, che volete? mi rassegnerò a difendere gl’interessi del paese colle tariffe. Alla peggio, piuttosto nessun trattato, anziché patti capziosi e leonini, come quelli che abbiamo avuti nei trattati vigenti per non pochi articoli. (Bravo! Benissimo!)
Quanto alla concessione all’industria privata, a cui sia mo tenuti in forza del tanto contrastato art. 4 della legge che approvò la Convenzione di Basilea, delle ferrovie riscattate o da riscattarsi (c’è una rete ferroviaria che può anch’essa dirsi riscattata) io, d’accordo col mio collega il ministro dei lavori pubblici, ho nominato una Commissione d’uomini tecnici competentissimi, ai quali è affidato l’incarico di redigere il capitolato normale sul quale sarà trattata la concessione del l’esercizio. È un tema difficilissimo al quale io ed il mio egregio amico Zanardelli consacreremo tutte le nostre forze.
Ed ho piena speranza di risolvere il difficile problema presto, con soddisfazione del paese, con vantaggio delle nostre industrie e senza detrimento del nostro credito. Ho sofferto non poco nella passata sessione quando dovetti difendere e salvare da inevitabile naufragio, coll’aiuto dell’onorevole mio amico Correnti e mercé il compromesso di Parigi, il patto addizionale di Roma e la Convenzione di Basilea, poco prudente mente stipulata. Ora, che volete? È entrata in me la speranza che una stella propizia all’Italia mi fornirà presto il modo di adempiere agli obblighi che mi vennero imposti dalla legge, anche prima del termine che la legge mi ha prefisso. (Bene! Bravo!)
Quanto alle nuove ferrovie, o meglio, al completamento della nostra rete ferroviaria, dirò che lo Stato ha già dato una spinta vigorosa alle costruzioni, ha spigrito anche le parti più remote e segregate del paese, ha costituito il vincolo materiale dell’unità quasi completamente. Si sono compiute opere colossali, che hanno corretta quella viziosa costituzione geografica che faceva disperare Napoleone I della possibilità di ridurre l’Italia ad unità politica.
L’Appennino partitore è oramai scavalcato dalla vaporiera in sei punti. Più gravi le difficoltà della catena Alpina, sterminata cerchia che ci riduce come in una fossa e ci se para dall’Europa continentale, come e peggio che se fossimo un’isola. Anche quest’immane ostacolo può considerarsi vinto non appena siansi compiute le opere alle quali si è posto mano, la Pontebba ed il Gottardo, e ciò senza diminuire le forze difensive del paese. Io stesso volli vedere come procedessero i lavori di quest’opera colossale del Gottardo, dalla cui esecuzione il commercio marittimo italiano, i nostri porti, e massime il nostro primo emporio commerciale di Genova, aspettano i più grandi vantaggi. (Benissimo!)
Ma restano a compiersi le altre opere ferroviarie in corso d’esecuzione ordinate per legge, quelle che sono contemplate dalle leggi vigenti senza che sieno previsti e preparati i mezzi d’esecuzione, quelle che sono evidentemente richieste dalla giustizia distributiva.
Eccovi nettamente le intenzioni del Governo.
Importa di compiere al più presto le reti in costruzione della Sicilia e delle Calabrie. Pel Ministero, e personalmente per chi ha l’onore di parlarvi, è un debito di onore il provvedere al compimento della rete ferroviaria della Sardegna. Per le linee contemplate dalle leggi, il Governo è di sposto ad impegnarsi nei limiti dalle leggi segnati. Io adotto intieramente la massima professata e dichiarata dal mio collega il ministro dei lavori pubblici, e dico alle popolazioni che chiedono la congiunzione dei capiluoghi di provincia alle reti ferroviarie esistenti: aiutatevi, l’erario nazionale vi aiuterà. (Benissimo! Applausi.)
DEPRETIS. – Non escludo alcuna linea: quantunque non parta da un capo-luogo di provincia, la ferrovia di valle d’Aosta ha, per esempio, un’importanza speciale: metto fra le prime quella importantissima da Eboli a Reggio di Calabria, che deve di tanto ravvicinare la Sicilia a Roma. E non posso dimenticare le linee della Venezia. Per queste, come per altre, spero si potranno presentare alla Camera i progetti di legge senza ritardo. Ma io dichiaro apertamente che gl’impegni dell’erario e gli stanziamenti del bilancio devono essere ripartiti in modo da non alterare l’equilibrio finanziario e ferire il credito dello Stato. Tutto non può farsi ad un tempo. Le nostre popolazioni devono comprendere che la foga dei desiderii e delle pretese, anche giuste, riuscirebbe a nulla, se le finanze italiane venissero ad essere scompigliate.
Né bisogna dimenticare che assai limitato è lo stanziamento che noi abbiamo nel nostro bilancio pel ministero della guerra: io non posso dimenticare che uno degli obblighi più sacri del governo è di assicurare la difesa dello Stato. Anche più insufficiente è lo stanziamento pel bilancio della marina. Io sento le giuste istanze del mio egregio amico il ministro della marina; egli sa come volentieri vorrei assecondarle. Ma io ho dovuto limitare le mie promesse:
appena il bilancio lo consenta, sol che l’equilibrio finanziario non sia compromesso, io sono dispostissimo ad allargare gli stanziamenti della marina militare italiana, che dovrebbe essere il nostro braccio destro. (Benissimo!)
Alla questione di viabilità se ne connette intimamente un’altra, quella delle linee marittime, e delle comunicazioni postali, sia nelle nostre acque e nelle nostre isole, che vuolsi considerare come parte della viabilità interna, sia per i paesi oltremarini e col Levante, dove l’Italia unita ricerca e trova le traccie dell’antica operosità di Genova e di Venezia.
Le leggi per l’approvazione dei trattati di commercio, per il completamento e per l’esercizio delle nostre linee ferroviarie esistenti, e per la dotazione della navigazione postale, devono essere presentate dentro l’anno, e dovranno per necessità di tempo essere risolute in questa prima campagna parlamentare.
Ma qui, dopo tutta questa enumerazione di spese, io sento sorgere, e leggo quasi nel volto de’ miei uditori la do manda che mi permetto di indovinare e di esprimere. Mi pare di sentirmi dire: il bilancio dello Stato, voi lo avete detto, è appena nominalmente, e poco solidamente equilibrato; sapete che, a conti finiti, nuove spese devono esservi iscritte pei riscatti delle reti concesse e per le costruzioni in corso delle ferrovie: voi parlate di provvedere alle nuove costruzioni ferroviarie, le quali verranno certo ad esaurire ogni aumento prevedibile e possibile delle entrate; ma, e il corso forzoso? Volete voi lasciare addosso all’Italia quest’abito di carta, che le pesa dieci volte più che se fosse di piombo?
Signori, nella seduta del 28 marzo io ho pronunziate queste parole: «il corso forzoso costituisce un ostacolo gravissimo allo sviluppo delle forze produttive del paese, una minaccia permanente sullo stesso pareggio anche quando siasi ottenuto. L’attuale amministrazione farà oggetto di studio quest’importante argomento.»
E l’attuale amministrazione non ha dimenticato, e non dimenticherà la sua promessa.
Io non posso dirvi il quando sarò in grado di annunziare la cessazione del corso forzoso; se ve lo dicessi oggi, io ve lo dichiaro in coscienza, i nostri fondi dovrebbero ribassare di parecchi punti, perché il ministro delle finanze dovrebbe essere giudicato severamente da qualunque uomo che si intenda di finanza in Europa. Vi dico solo che se avremo la necessaria prudenza e sapremo stare lontani dalla poesia finanziaria, o, se volete, dalla finanza poetica, se avremo un po’ di fortuna, specialmente nelle stagioni agricole, se avremo una forte volontà, noi in pochissimo tempo vedremo accresciuta la ricchezza del paese, restaurato il nostro credito, raggiunto con piena sicurezza ed anche oltrepassato il pareggio. La nazione possiede ancora alcune non ispregievoli risorse patrimoniali, che io procurerò di difendere, di conservare, e, se occorre, di ricuperare. Abbiamo alcune spese che vanno necessariamente diminuendo, come quelle pei debiti redimibili, che ogni anno scemano di cinque milioni. Io spero, lo dichiaro francamente, dai trattati di commercio, o, dirò meglio, dalla libertà di tassare alcune merci ora vincolate dai trattati, un’entrata considerevole. E spero un’entrata anche dalla riforma di alcune tasse e da alcune economie. Io vi dichiaro quindi che, dopo gli studi eseguiti con molta diligenza, io mi sono fatta la convinzione che l’epoca della liberazione del paese dal corso forzoso non è lontana.
E qui finisco l’esposizione dei miei intendimenti in fatto di finanza, ma non ho finito l’esposizione dei propositi del Ministero. Dirò brevemente delle altre riforme che il Ministero ha studiate, e che saranno sottoposte al giudizio della nuova Camera.
Il mio egregio collega l’onorevole Nicotera, ministro dell’interno, ha preparata la revisione della legge provinciale e comunale. In questa legge saranno introdotte alcune delle riforme da me annunziate un anno fa nel discorso agli elettori di Stradella. Ne accennerò due: il presidente della Deputazione provinciale sarà nominato dalla rappresentanza provinciale (Bene!), il sindaco sarà nominato dalla rappresentanza comunale. (Benissimo! Applausi.) Però questa legge che sarà la legge del dicentramento, sarebbe essa stessa una illusione, i suoi beneficii non sarebbero sentiti, e si perderebbe un’occasione propizia, se non si rifacessero, e non si raccomodassero gli ordini pur troppo complicati, e vanamente faticosi, dell’amministrazione centrale. Il Consiglio di Stato, la stessa Corte dei Conti, vogliono essere vivificati, forniti di una azione più chiara, più proficua, più semplice. E la nostra legge sulla contabilità e sull’amministrazione dello Stato, che in generale ha fatto buona prova, ha pure essa bisogno di qualche utile esplicazione. Tutti gli ordini dei pubblici ufficiali aspettano un rimaneggiamento che assicuri la dignità dell’impiegato, la loro sicurezza, determini la responsabilità di ciascuno nell’esercizio dei proprii doveri, e procuri un conveniente miglioramento nelle condizioni economiche dello Stato. Come già vi ho annunziato, questa legge sarà presentata, e fra le prime al riaprirsi della Camera.
Il mio illustre amico il guardasigilli presenterà la legge, la cui iniziativa è dovuta all’onorevole Corte, sulla responsabilità dei pubblici funzionari.
Il ministro dell’interno presenterà il Codice sanitario, ed anche un altro Codice, il Codice pietoso della pubblica beneficenza, che deve determinare i modi, le guarentigie, le cautele per la incolume amministrazione del patrimonio dei poveri.
L’onorevole mio amico, il ministro della marina, presenterà anch’esso il suo codice, quello della marina mercantile, informato ai principii della maggiore libertà. (Benissimo!) Presenterà inoltre due leggi da lungo tempo desiderate, cioè il piano organico del personale ed il piano organico del materiale della marina militare.
Il guardasigilli presenterà una delle riforme più impor tanti sulla quale s’è fissata l’attenzione del paese da lunghi anni; voglio dire il primo e il secondo libro del Codice penale, ove dovrà risollevarsi la questione della pena massima nella scala della repressione. Di questa gravissima questione, o signori, io non ve ne dico verbo, perché, quantunque, per antica convinzione, avverso alla pena di morte, non voglio qui discutere, in questo geniale convegno, per quali argo menti debba eliminarsi dalla società il carnefice.
Altre leggi gravissime saranno pure presentate dai guardasigilli. Alcune si riferiscono alla codificazione ed all’amministrazione della giustizia, altre alla libertà dei culti ed alle relazioni della Chiesa collo Stato.
Oltre al Codice penale, di cui feci cenno più sopra, egli presenterà il Codice di commercio, ove si comprende il gravissimo argomento delle società commerciali e delle lettere di cambio. Il codice penale esercita la sua influenza sulla moralità e sicurezza dei cittadini, il codice commerciale sulla vita economica e sullo sviluppo del commercio.
Colla presentazione ed approvazione di questi codici non potrà più dirsi per l’Italia quello che diceva Pascal per la Francia dei suoi tempi: giustizia al di qua d’un ruscello, o di un monte, ed ingiustizia al di là. Noi abbiamo tre legislazioni penali in Italia, due legislazioni commerciali: è tempo che spariscano.
Una voce. E la Cassazione?
DEPRETIS. – Un poco di pazienza, verrò anche a questo argomento.
Ormai, o signori, la mia stanchezza, e più della mia la vostra, m’impongono di ricordarmi, e di ripetere sul finire di questo discorso quello che dissi l’anno passato nell’altro, che cioè non è qui luogo di «descriver fondo a tutto l’universo » e converrà che m’accontenti di una rapida enumerazione dei già meditati e pronti progetti di legge dei quali non vi ho peranco parlato, e che saranno presentati alla nuova Camera.
Il mio collega Mancini si propone di presentare, oltre gli annunciati, i seguenti disegni di legge:
1. Modificazioni e guarentigie dell’ordine giudiziario.
2. Abolizione dell’arresto personale per debiti, disposizione già attuata in altri paesi; noi siamo ancora in ritardo.
3. Riforma della giustizia correzionale.
4. Abolizione delle decime sacramentali.
Infine il ministro della giustizia si propone pure di compiere gli studii per la istituzione della Corte Suprema di giustizia nel regno.
Dal mio collega per l’agricoltura e il commercio, saranno presentati i disegni di legge sulle miniere, per la limitazione della pesca e della caccia, per il governo delle foreste, leggi che toccano le relazioni della società colla madre natura, che sempre parvero tanto ostiche ed indigeribili ai passati Par lamenti, e che pure il governo deve ripresentare ed insistere affinché siano approvate.
Ma, o signori, anche dopo questa lunga corsa, dopo un piano di riforme che ricerca forze parlamentari preponderanti e disciplinate per non essere protratte a molti anni di inutili campeggiamenti parlamentari, ci resta ancora un desiderio. E l’Italia spirituale? (Segni vivissimi di attenzione.)
Un paese non vive, o signori, solamente di armi, di pane, di milioni. La finanza; sta bene, è la circolazione del sangue: la forza; sta bene, è la sicurezza: la giustizia; sta bene, è la salute: l’amministrazione; sta bene, è il moto: ma e l’anima, e i pensieri? Non ci sentiamo noi impiccioliti vedendo che l’Italia unita, libera, indipendente, militare, diplomatica, non occupa nel regno del pensiero e dell’arte quel posto che teneva quando, schiava e divisa, era incoronata dai nomi di Vico, di Volta, di Canova, di Foscolo, di Manzoni, di Romagnosi, di Leopardi, di Rossini? (Benissimo! Bravo!)
L’Italia intellettuale, l’Italia spirituale! Prima di tutto, o signori, l’Italia contemporanea, siamo giusti, se non ha forse scritto un libro immortale ha scritto certamente un decreto immortale, la soppressione del chiericato politico, la liberazione del cristianesimo civile, l’emancipazione del pensiero religioso, il culto libero della umanità. (Benissimo! – Applausi prolungati.)
Essa ha immaginato quella transazione o transizione, non so bene come chiamarla, tra il passato e l’avvenire, che è la legge delle guarentigie; proclamando la sovranità del capo della fede e limitando questa sovranità alla recognizione de’ suoi sudditi volontari. Il che è quanto dire che, merce l’opera dell’Italia, la religione non è più che un vincolo volontario del pensiero. E questa è un’opera immortale dell’Italia moderna. (Benissimo!)
Questo sarà, o signori, uno dei grandi capitoli della sto ria del mondo, specialmente se finiremo quei due periodi rimasti in sospeso e senza conclusione, quello che riguarda i beni temporali dell’associazione ecclesiastica, e quello che riguarda la ricognizione delle giurisdizioni spirituali per gli effetti sociali.
Il mio illustre collega il guardasigilli presenterà su questi due massimi argomenti due disegni di legge che complete ranno e correggeranno il capitolo delle guarentigie e restituiranno alla Chiesa la sua libertà, cioè la libertà di determinare i limiti della propria soggezione, e di ottenere l’applicazione del rationabile obsequium dell’Apostolo.
Questo, o signori, per la Chiesa della tradizione.
Ma e per la Chiesa del pensiero e del progresso faremo nulla?
È naturale che io portassi per ultimo, come un pegno affettuoso dato nel momento dell’addio, questa preziosa semenza dell’avvenire affidata alle mani del mio egregio amico, il ministro Coppino. (Applausi. Viva Coppino!)
Quattro progetti di legge sono ammanniti e saranno presentati dal mio collega nell’interesse dell’educazione nazionale.
Uno già predisposto nella legge organica del 1859, che fu per la prima volta rimesso a galla dal mio onorevole amico Correnti. Ed è quello sul miglioramento della condizione dei maestri elementari mediante il monte delle pensioni. Questo, o signori, è un provvedimento reclamato dalla più evidente giustizia a favore di questi benemeriti operai dell’istruzione e dell’educazione del popolo. (Benissimo! Applausi).
Il secondo disegno di legge è quello sull’istruzione obbligatoria e gratuita, ostinatamente osteggiato, sotto mille forme, dai nostri avversarii politici.
Il terzo riguarda il riordinamento dell’insegnamento superiore scientifico e professionale.
Il quarto infine è il progetto di legge riguardante la tu tela dei monumenti d’arte e di storia, che, presentato anche dall’onorevole Correnti nel 1872 al Senato, è diventato esso stesso una rovina da restaurare. E il mio collega Coppino si propone di restaurarla.
Molta roba, direte, forse troppa roba ad un tratto, troppi bisogni urgenti, direte, dopo questa succinta, comunque lunga esposizione dei nostri intenti. Volete, potrete far tutto? Rispondo che vogliamo fare tutto quello che è necessario; e dico che potremo farlo, se una vigorosa e numerosa concordia di voti ci sorreggerà nell’opera.
Le discussioni più lunghe non sono sempre le più fruttuose, ed è proprio il caso di applicare ad esse l’arguto proverbio fiorentino: Le cose lunghe diventano serpi.
E ne avemmo esempio nella legge sull’amministrazione comunale e provinciale, discussa faticosamente per due mesi nel 1868 e rimasta sconclusa; ne avemmo esempio nella discussione della legge sulla caccia e sulle foreste, ed uno più notevole nella legge sull’istruzione obbligatoria.
Ora questa impotenza a risolvere le grandi questioni, disanima, discredita il Parlamento; i ministri stessi, vedendo le difficoltà di seguire la via diritta, pigliano la cattiva abitudine di vivere di ripieghi, di occupare e quasi di addormentare il consesso legislativo con piccole leggi e piccole questioni, di temporeggiare, di vivere di rimpasti, di proroghe, di ferie, d’interpellanze architettate a freddo, di rinvii a studi futuri, e a future sessioni. Questa piccola tattica, colla quale trascinò la vita per più anni, voi lo ricordate, una combinazione ministeriale nata per un puro ripiego, questa tattica letargica non sarà la mia né dei miei colleghi.
Questa non sarà mai la nostra tattica; lo dichiaro altamente, noi vogliamo: o viver bene, o morir bene. (Bravo! Applausi.)
E non permetteremo mai che ci si applichi quella sentenza, mortale soprattutto ai ministeri: Et propter vitam vivendi perdere causas. (Bene!)


Voi vedete, o signori, a qual carico gravissimo ci siamo impegnati, abbiamo impegnato il nostro onore.
Ora noi chiediamo a tutti gli uomini di buona fede, se in questa condizione di cose non fosse opportuno di do mandare al paese l’incoraggiamento di nuovi consigli, l’aiuto di nuovi e più numerosi collaboratori, l’intesa più intima e più salda fra tutti quelli che sentono la necessità di compiere la riforma sollecita del nostri ordini economici, amministrativi e politici. I voti del 18 marzo e del 27 giugno erano accusati di essere troppo speciali, di non conferirci quell’ampio mandato di cui avevamo bisogno.
Il paese sa quello che vogliamo fare, e giudichi. È vero; il Parlamento aveva giudicato, con una maggioranza note vole il 18 marzo, con una più ragguardevole il 27 giugno, ma il paese non aveva giudicato il Parlamento. Lo giudichi adesso. Il paese conosca e giudichi adesso il disegno, il piano, lo scopo: poi collauderà l’opera. È un canone di legge, e una tradizione della buona ingegneria. Noi non abbiamo voluto valerci dei nostri vantaggi, non abbiam voluto lasciar sussistere un’ombra di dubbio sui nostri intendimenti: abbiamo voluto provocare un giudizio.
Ora, è singolare il sentire quelli stessi che sofisticarono sul valore dei voti parlamentari che avemmo in nostro favore, criticarci adesso d’avere provocato il giudizio degli elettori su noi e sul Parlamento. Noi diciamo che le grandi cose non si fanno con mezza autorità. E grandi cose noi siamo costretti a fare, per corrispondere alle tradizioni del partito da cui usciamo, ai bisogni dell’amministrazione ed all’aspettazione del paese. (Bravo! Applausi.) Noi ci crediamo auto rizzati ad augurarci bene del voto del paese. L’appello al verdetto nazionale, consentito dall’alto senno del Re, precisamente perché non motivato da nessuna necessità di urto fra il Ministero e la Camera, ma solo per l’intento, riconosciuto legittimo anche nelle elezioni del 1870, di consultare il paese sopra un nuovo e grande fatto politico; quest’appello destinata a rafforzare, o, a dir meglio, a ricostituire la maggioranza ministeriale con tutti gli elementi che vogliono il progresso; quest’appello contro cui invano altri ha voluto farsi suscitatore di discordie, dove invece è destinato a ritemprare i partiti nella piena coscienza della loro missione; quest’appello produrrà invece quella sacra concordia, quella costituzione seria e solida dei partiti politici che è il segreto della vita libera ed intelligente. (Bene!)
E voi sentite che in questo modo di comprendere l’atto importante e grave da noi compiuto vi è un rispetto sin cero anche per i nostri contraddittori, dai quali volentieri e con attenzione ascolteremo le opposizioni e le ragioni, studiando di valerci di tutte le forze benefiche, di tutte le collaborazioni sincere. Sì, noi vogliamo la concordia, ma non la concordia, esclusiva, invida o repellente; bensì quella piena di operose emulazioni e di lavoro fecondo, tutto consacrato alla prosperità ed alla grandezza della patria comune.
Signori, dopo avere propinato al Re, io vi invito a fare un brindisi alla gran madre redenta, all’Italia.
Viva il Re! Viva l’Italia! (Benissimo! Bravo! Applausi prolungati.)

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