Discorso di Dronero di Giolitti

Discorso di Dronero di Giolitti del 29 ottobre 1899

Elettori,
Il gentile invito degli amici ed elettori di Busca, che mi dà occasione di rendere conto a tutti gli elettori del Collegio di Dronero del modo col quale ho eseguito l’onorifico mandato di loro rappresentante, e di indicare la via che intendo seguire d’ora innanzi per corrispondere alla loro fiducia, mi è giunto in un momento che non poteva essere più grave e nello stesso tempo più opportuno.
L’Italia si trova all’inizio di un nuovo periodo della sua vita politica. L’opinione pubblica profondamente turbata, i partiti estremi forti e audaci quali non furono mai dalla costituzione del Regno d’Italia in poi, i nuovi problemi sociali che si affacciano, le nuove correnti popolari che entrano nella vita politica, la crisi che subiscono le istituzioni parlamentari, tutto rivela l’inizio di un periodo di profonde trasformazioni.
Sinceramente devoto alle istituzioni monarchiche, sia per l’antico affetto che lega il Piemonte alla gloriosa dinastia di Savoia, sia perché la causa della monarchia è indissolubilmente legata a quella della unità della patria, io sono convinto che nulla le istituzioni monarchiche hanno da temere dalla trasformazione sociale a cui assistiamo, poiché a tutte le legittime esigenze del mondo moderno esse sono in grado di provvedere assai meglio di qualsiasi altra forma di governo.
Però è certo che in questo momento i doveri degli amici delle istituzioni sono più specialmente gravi e difficili, poiché secondo la politica che ora prevarrà nei consigli del governo, noi avremo o un periodo di pacificazione e di benessere per tutte le classi sociali, o un periodo di sterili agitazioni col doloroso avvicendarsi di disordini e di repressioni. In così grave momento parmi stretto dovere degli uomini politici quello di esporre chiaramente il proprio pensiero, e di prendere apertamente una posizione netta in mezzo al cozzo di opposte opinioni e di opposte passioni.
Ciò intendo di fare oggi e vi sono grato di avermene offerta cosi lieta e così simpatica occasione.
Sono decorsi due anni e mezzo dacché, prima delle elezioni generali del 1897, parlando ai miei elettori nella vicina Caraglio, esaminai le condizioni politiche del nostro paese e dimostrai che, se non si provvedeva a togliere le cause del malcontento del paese, tristi giorni si preparavano all’Italia.
Speravo allora che i gravi turbamenti cagionati da quistioni interne e dal disastro di Adua avessero servito di ammaestramento al Governo e ai partiti costituzionali; ma quella speranza andò delusa; delle molte promesse ripetutamente fatte non una fu mantenuta, il pubblico malcontento crebbe, con esso crebbero la forza e l’audacia dei partiti estremi e ne vennero i dolorosi fatti del maggio 1898.
Vero è che in alcuni luoghi la passione politica esagerò la portata di quei disordini; ma tuttavia non si può a meno di considerare come pericoloso un perturbamento dell’ordine pubblico che indusse il Ministero Rudinì, il quale non aveva tendenze reazionarie, a ritenere di non poterlo dominare con la forza ordinaria dell’esercito e con i tribunali ordinari, e quindi a chiamare sotto le armi le seconde categorie, a proclamare lo stato d’assedio in malte parti d’Italia e a sostituirvi i tribunali militari ai tribunali ordinari.

Primo Ministero Pelloux.

Caduto il Ministero Budini senza un voto del Parlamento, gli successe il generale Pelloux. Egli aveva agli occhi del partito liberale il grande merito di avere, senza tribunali militari e senza stati d’assedio, ristabilito l’ordine nelle Puglie dove pure i disordini erano stati molto gravi.
Giunto al Governo il generale Pelloux abbandonò i disegni di legge restrittivi della libertà della stampa e del diritto di associazione presentati dal suo predecessore; accennò al proposito di governare con le leggi ordinarie rigidamente applicate; e pose come base del suo programma una riforma tributaria in senso democratico.
Egli ebbe allora il più illimitato e disinteressato appoggio del partito liberale. Ma sette mesi dopo egli iniziò un radicale mutamento di indirizzo politico, e il 4 febbraio 1899, cedendo alle intimazioni della parte più intransigente del partito conservatore, presentò un disegno di legge che restringeva alcune delle libertà garantite dallo Statuto.
Di fronte a tale atto del Ministero il partito liberale momentaneamente si divise; una parte, ritenendo il Ministero definitivamente avviato a reazione, lo abbandonò, rifiutandogli il voto per il passaggio alla seconda lettura di quel disegno di legge; altri, fra i quali sono stato io, vollero tentare ancora di ricondurre il Ministero al programma col quale era sorto e votarono il passaggio alla seconda lettura. A me, e a quelli fra i miei amici a che allora consentirono con me, ripugnava di credere che il Presidente del Consiglio, andato al Governo con programma liberale, volesse iniziare una politica reazionaria. Noi considerammo d’altra parte che il disegno di legge ministeriale con alcuni emendamenti poteva rendersi accettabile; infatti la parte relativa al diritto di riunione riguardava solamente le riunioni all’aperto, lo scioglimento delle associazioni si deferiva all’autorità giudiziaria, infine il Ministero dichiarava di essere disposto a modificare la parte assolutamente inaccettabile, cioè quella sulla stampa.
Ma ogni tentativo di ritrarre il governo dal nuovo suo indirizzo politico fu vano. Appena ottenuto il voto per il passaggio alla seconda lettura, il Presidente del Consiglio dimostrò il fermo intendimento di rendere i suoi progetti ancora più reazionari, e poi, per quella legge fatale che ad ogni movimento reazionario all’interno corrisponde un tentativo di diversione all’estero, iniziò in China una nuova impresa che la maggioranza della Camera disapprovava, perché non consigliata da alcun grande interesse del Paese e rivolta a luogo che escludeva ogni possibilità di colonizzazione, e perché intrapresa senza scopo preciso, senza conoscere il luogo che si voleva occupare, senza calcolare né le difficoltà né le spese.

Secondo Ministero

Venuta in discussione l’impresa chinese, il generale Pelloux. Pelloux, prevedendo una sicura sconfitta, si dimise senza attendere il voto del Parlamento, formò un nuovo Ministero con la principale sua base negli elementi più conservatori della Camera, e per assicurarsi l’appoggio dei conservatori più intransigenti modificò i suoi progetti di legge politici in senso così reazionario dà sopprimere addirittura, contro il voto della Commissione parlamentare,Ml diritto di riunione garantito dallo; Statuto, e da togliere ogni garanzia di intervento dell’autorità giudiziaria nello scioglimento delle associazioni; per logica conseguenza del nuovo indirizzo politico, il Ministero abbandonò pure qualsiasi proposito di riforma tributaria a favore delle classi popolari.
Dopo un mutamento così radicale nell’indirizzo politico era evidente che il Ministero non poteva più contare sull’appoggio del partito liberale.

Ostruzionismo alla Camera dei Deputati

Ciò che in seguito avvenne voi lo ricordate. I partiti estremi ricorsero all’ostruzionismo; a questo l’opposizione non solamente non partecipò, ma anzi fu puntuale.
apertamente avversa e lo dimostrò votando contro tutte le proposte che a scopo di ostruzionismo venivano messe innanzi. Nessuna forma di violenza, da qualunque parte venga, nessun atto che diminuisca la dignità del Parlamento, epperò neanche l’ostruzionismo, poteva o potrà mai essere approvato dal partito liberale.
Non sarebbe stato, del resto, cosa difficile il vincere l’ostruzionismo se il Ministero avesse avuto autorità per dirigere i lavori parlamentari, e se fosse stato sorretto da una maggioranza sicura; ma codeste condizioni mancarono; e il Ministero non riesci neppure a tenere presente alla Camera la sua maggioranza, cosicché parecchie volte, sebbene l’opposizione costituzionale non abbia mai abbandonata l’aula, mancò il numero legale.
L’aiuto più efficace all’ostruzionismo fu dato dalla incertezza del Ministero intorno ai suoi propositi. Il Ministero infatti abbandonò il primo suo disegno di legge, abbandonò pure un secondo disegno che aveva trasmesso alla Commissione parlamentare, non accettò il progetto della Commissione stessa, e lasciò che la Camera discutesse per circa quindici giorni senza sapere quale era il disegno di legge voluto dal Ministero, la cui incertezza giunse al punto che il 15 giugno il ministro di grazia e giustizia sostenne una disposizione relativa al diritto di riunione che poteva essere accettata dal partito liberale, e all’indomani il presidente del Consiglio ne propose un’altra sostanzialmente diversa ed equivalente all’abolizione del diritto di riunione.

Decreto legge.

Dopo tutti codesti errori il Ministero, trovatosi impotente a dominare la situazione, non seppe escogitare che un atto dallo stesso presidente del Consiglio dichiarato illegale, e con semplice decreto, contro la esplicita disposizione dello Stato fondamentale dello Stato, senza il voto della Camera, senza il voto del Senato, modificò
le leggi esistenti sulla stampa, sul diritto di riunione e sul diritto di associazione.
E la prima volta che un simile fatto avviene dal 1848 ad oggi, e non occorre dire che io disapprovo tale atto del Ministero; assumendo le funzioni di deputato ho prestato giuramento di osservare lealmente lo Statuto, non posso quindi approvare chi lo ha apertamente violato. E devo qui ricordare per l’onore del Parlamento che il Ministero, per la commessa violazione dello Statuto, ebbe aperti rimproveri non dalla sola opposizione costituzionale, ma dai più autorevoli capi della maggioranza ministeriale. Non mi soffermo a trattare questo argomento perché già il mio illustre amico l’onorevole Zanardelli lo svolse in modo veramente magistrale.

Condizioni politiche interne

Intanto dal maggio 1898 ad oggi nulla, assolutamente nulla è stato fatto per togliere o per attenuare le cause dei gravi torbidi che funestarono allora l’Italia.
Il Governo non mantenne le promesse contenute nel discorso della Corona del 16 novembre 1898; non propose alcun utile provvedimento; non formulò neppure un programma, e con l’indirizzo dato ai lavori parlamentari pose la rappresentanza nazionale nella impossibilità di adempiere al primo dei suoi uffici, quello di discuterei bilanci e controllare così il modo col quale si spende il denaro dei contribuenti.
Tutto ciò, voi lo comprendete, scemando ancora il prestigio del Governo, non ha migliorate le condizioni politiche del paese. I partiti sovversivi e in special modo i socialisti sono infatti rapidamente cresciuti, traendo nuova forza dai nuovi errori del Governo e dalle subite persecuzioni, tantoché si impadronirono dei Municipii di alcune grandi città, ebbero veri trionfi elettorali in quei luoghi dove maggiore era stata la persecuzione, e si presentano minacciosi in mezza Italia. Quei partiti sono organizzati ora più potentemente di quel che fossero nel 1898, e pur troppo al loro aumento corrisponde una maggiore indifferenza, una crescente sfiducia nei partiti costituzionali.
Le condizioni nostre politiche sono perciò in un periodo di rapida decadenza, e non è esagerazione il dire che così non si può a lungo durare, e che una occasione qualsiasi di nuovi disordini potrebbe avere disastrose conseguenze.
Codesta condizione interna ha un triste riflesso sulle condizioni dell’Italia di fronte all’estero, poiché un paese che deve mettere ogni tanto una parte dell’esercito sul piede di guerra per mantenere l’ordine interno non può avere seria influenza all’estero.
Alcuni indizi di miglioramento economico non mancano, ma ì medesimi sono appena un pallido riflesso delle migliorate condizioni finanziarie ed economiche degli altri paesi di Europa, e d’altra parte non hanno influenza sulle nostre condizioni politiche per la evidenza del fatto che quel poco di progresso avviene all’infuori dell’azione del Governo, e per la generale convinzione che il modo col quale è governata l’Italia, costituisce il principale ostacolo a un miglioramento più rapido delle sue condizioni.
Non si può dire pur troppo che tale opinione sia infondata.

Condizioni del malcontento

In Italia paese di salari bassissimi, i generi di prima necessità sono tassati più che in qualsiasi altro paese del mondo; il complesso delle imposte è giunto a tale altezza da costituive talora una vera confisca della proprietà; le imposte colpiscono più gravemente i poveri che i ricchi; siamo il paese che ha un debito pubblico più alto in proporzione delle sue ricchezze; abbiamo il corso forzoso; la piccola proprietà oppressa in modo ingiusto comincia in alcune provincie a scomparire; la giustizia, della quale nei momenti gravi lo stesso Governo mostra di diffidare sospendendone le funzioni, è lenta, costosissima, e senza sufficienti garanzie; i Comuni e le Provincie sono in balìa del potere politico e le ingerenze politiche ne inquinano le amministrazioni; abbiamo un vergognoso primato nella delinquenza comune; T istruzione elementare è insufficiente, la secondaria e la universitaria così organizzate da costituire vere fabbriche di spostati; il prestigio nostro all’estero e abbassato in modo da offendere l’amor proprio nazionale; e manca ogni efficace protezione dei nostri concittadini all’estero.
Tutto ciò e altro, forse più grave, il paese lo dice apertamente e lo sente profondamente.
Ora è possibile che un paese di 32 milioni di abitanti, un paese di antichissima civiltà e di immense risorse naturali, che attraverso a sacrifizi di ogni genere e ad una profonda rivoluzione ha da poco conquistata l’unità, l’indipendenza e la libertà, si rassegni a così precoce decadenza a così miserevole condizione?
Il popolo italiano ha una immensa tolleranza, una grande abnegazione, e sai ebbe disposto ai più duri sacrifizi per difendere l’integrità e la dignità della patria; ma non si può pretendere da esso che sopporti con eguale eroismo le conseguenze di cattive leggi e di cattivi metodi di governo, che da anni ed anni i Ministeri promettono di mutare, e che ogni anno peggiorano.

Necessità dì radicale mutamento d’indirizzo.
È urgente che il Governo ed i partiti costituzionali si persuadano che il paese non presta più fede alcuna alle promesse, e che solamente con una energica azione, con un radicale mutamento di indirizzo, si può riacquistare la fiducia delle popolazioni.
Ma quale deve essere il nuovo indirizzo?

Due sistemi stanno di fronte.

L’uno, quello del partito, reazionario, che consiste nel rifiutare qualsiasi concessione e opporre ai malcontenti la forza, diminuendo le pubbliche libertà e accrescendo i mezzi di repressione.
L’altro, quello del partito liberale, che consiste nel dare soddisfazione ai giusti desiderii della grande maggioranza del paese, e cosi togliere o attenuare almeno, per quanto può dipendere dalle leggi e dai metodi di governo, le cause del pubblico malcontento.
La via della reazione è consigliata da alcuni uomini politici, i quali si presentano come continuatori dell’antico partito moderato e. della politica del Conte di Cavour.
Giammai forse è stata fatta a quel partito e a quella gloriosa politica più grave ingiuria; i legittimi rappresentanti dell’antico partito moderato, Lamarmora, Ricasoli, Parini, Menabrea, Lanza, Sella, Minghetti, seppero nei momenti più difficili come dopo Novara, dopo Villafranca, dopo Aspromonte, dopo Mentana, rendere la pace al paese senza togliergli la libertà; e invocare il nome di Cavour per sostenere una politica reazionaria e violatrice della libertà è tentare una delle più audaci falsificazioni della storia. I nostri reazionari d’oggi non appartengono alla scuola politica del Conte di Cavour, ma alla scuola dei governi che quella politica ha abbattuti nel 1859 e nel 1860.

Conseguenze che sì avrebbero da una politica reazionaria.

Esaminiamo del resto freddamente quali sarebbero le conseguenze di una politica reazionaria.
Evidentemente tale politica sarebbe diretta contro la piccola borghesia e contro le grandi masse popolari, e perciò potrebbe contare solamente sopra la forza delle classi che alla reazione sono interessate, vale a dire di quelle classi che temono le riforme necessarie ad attenuare il pubblico malcontento. Ora è oggi possibile che regga a lungo un Governo il quale abbia contro di se la maggioranza del paese? Ed è ciò possibile in Italia dove il Governo non avrebbe neppure l’aiuto incondizionato del partito clericale?
Una politica reazionaria dovrebbe contare principalmente sulla forza armata; e pare a voi ammissibile, possibile, che l’esercito italiano, il quale esce dalle file del popolo e ne è la più schietta rappresentanza, diventi strumento di oppressione della libertà del paese?
Pensate quanto vi sarebbe di odioso, di impolitico, di pericoloso in così sciagurato proposito!
Alla forza della pubblica opinione non poterono resistere le monarchie reazionarie che governavano l’Italia prima del 1860, le quali avevano per sé l’appoggio della chiesa, la tradizione secolare, i pregiudizi allora prevalenti nel popolo. Come vi reggerebbe ora un Governo sorto dalla rivoluzione, dopo che 50 anni di vita libera, di discussione e di stampa libera hanno fatta penetrare in tutti i cittadini la coscienza dei loro diritti?
Per ottenere la libertà i nostri padri sacrificarono vita e averi, saremmo noi figli così degeneri da sopportare in pace che ci venga tolta?
Il movimento reazionario secondo i propositi di coloro che lo caldeggiano, dovrebbe cominciare da una restrizione del suffragio elettorale. Tale restrizione, se fatta in misura molto limitata, mentre sarebbe un atto odioso a carico di alcuni cittadini, non produrrebbe effetto sancibile, perché il malcontento più pericoloso non è tanto nelle ultime classi sociali, quanto negli operai più colti B nella piccola borghesia.
Se poi si volesse togliere il diritto di voto a numerose classi di cittadini, si avrebbe l’effetto di gettare codeste classi sociali fuori delle istituzioni, e di creare una vera situazione rivoluzionaria. L’esempio del Belgio lo prova; e il Governo in Italia si troverebbe in condizioni peggiori del Governo belga, perché gli mancherebbe l’aiuto del partito clericale, e avrebbe contro di sé quella grandissima forza rivoluzionaria che sorge dal malessere economico e dal malcontento del paese.
Togliere il voto ai malcontenti può avere per effetto dì evitare momentaneamente la manifestazione del male, ma non lo cura, anzi lo aggrava; e noi effettivamente ci troviamo di fronte più a malcontenti che a socialisti.
Quella parte delle teorie socialistiche la quale ha carattere rivoluzionario è contraria alle tradizioni, all’indole, alla natura stessa del popolo italiano, che ha fortissimo il sentimento della famiglia e della proprietà individuale; la forza del socialismo non deriva da quelle sue dottrine, ma in parte dall’essersi presentato come difensore degli interessi delle classi più numerose, che i partiti istituzionali ebbero il torto di trascurare, e ancora più dal malcontento del paese. La maggioranza che in città fra le più colte vota per i socialisti, è composta per la massima parte non di socialisti, ma di malcontenti; però si deve riconoscere che questo malcontento deve essere assai grave, se popolazioni oneste e intelligenti, chiamate a scegliere fra lo stato attuale di cose e il socialismo, così contrario alle loro convinzioni e alle loro tendenze, scelgono il socialismo.
Ora, come è possibile che un paese così poco soddisfatto del suo Governo consenta ad abdicare nelle mani del medesimo la propria libertà?
E poi che cosa si offrirebbe al paese in compenso, della perduta libertà? Quando le ristrette consorterie che spingono il Governo verso la reazione, avessero raggiunto il principale loro scopo, che è quello di non dividere il potere con i rappresentanti delle classi popolari, ma di esercitarlo esse sole nel loro interesse, credete voi che allora, proprio allora, sorgerebbe in esse l’affetto per le classi popolari, e comincerebbero allora a sacrificare gli interessi propri a quelli generali del paese?
La via della reazione sarebbe fatale alle nostre istituzioni, appunto perché le porrebbe a servizio degli interessi di una esigua minoranza, e spingerebbe contro di esse le forze più vive e irresistibili della società moderna, cioè l’interesse delle classi più numerose e il sentimento degli uomini più colti.

Programma liberale.

Esclusa la convenienza, anzi la possibilità, di un programma reazionario, resta come unica via, per scongiurare i pericoli della situazione attuale, il programma liberale che si. propone di togliere, per quanto è possibile, le cause del malcontento, con un profondo e radicale mutamento di indirizzo tanto nei metodi di governo, quanto nella legislazione.
I metodi di governo hanno capitale importanza perché a poco giovano le ottime leggi se sono male applicate.
L’argomento sarebbe dei più vasti se volessi svolgerlo;
mi limito a dire che nel campo amministrativo sopratutto occorre:
organizzare la giustizia nell’amministrazione;
escludere dalle amministrazioni le ingerenze politiche;
rendere l’amministrazione dello Stato meno complicata, meno lenta e più curante dei legittimi interessi dei cittadini; fare che le leggi siano eseguite senza riguardi a persone, e che in ispecie le poche leggi sancite a favore degli umili e dei deboli siano applicate con lo stesso rigore col quale si eseguiscono le leggi che riconoscono i diritti dei potenti.
Tatto ciò può esser fatto unicamente da un Governo che abbia solida base nella maggioranza del paese e non da quindi costretto a cedere ad interessi illegittimi, e richiede l’opera di Ministri che abbiano la competenza, necessaria a dirigere i servizi loro affidati, poiché i Ministri incompetenti diventano i gerenti responsabili della burocrazia e sono nella impossibilità, di dirigerne l’opera e di correggerne gli errori.
Nel campo politico poi vi è un punto essenziale, e di vera attualità, nel quale i metodi di governo hanno urgente bisogno di essere mutati. Da noi si confonde la forza del Governo con la violenza, e si considera Governo forte quello che al primo stormire di fronda proclama lo stato d’assedio, sospende la giustizia ordinaria, istituisce tribunali militari e calpesta tutte le franchigie costituzionali. Questa invece non è forza, ma è debolezza della peggiore specie, debolezza giunta a tal punto da far perdere la visione esatta delle cose.
Il Governo deve mantenere l’ordine a qualunque costo; è questo il suo primo dovere; ma la vera dimostrazione di forza si ha, quando l’ordine è mantenuto con la rigida e costante applicazione della legge, quando il Governo sa resistere alle pressioni degli interessi illegittimi, quando ha un programma preciso e lo attua con fermezza e costanza senza fare e senza subire alcuna violenza.
La seconda parte di un programma liberale e democratico è quella delle riforme legislative.
Di queste riforme molte e fra le più importanti non richiedono aumenti di spesa, e si possono affrontare senza preoccupazioni finanziarie. Tali sono la riforma giudiziaria, la riforma amministrativa, il decentramento, le leggi sociali, i provvedimenti di pubblica sicurezza contro i delinquenti comuni, le riforme nella pubblica istruzione per adattarla ai bisogni della vita moderna e simili.
Oltrepasserei i limiti della discrezione e quelli, pur tanto remoti, della pazienza vostra, se volessi svolgere un programma di riforme in così importanti argomenti.
Però sopra alcune parti sento il dovere di indicare almeno le linee generali delle riforme che credo più urgenti.

Riforma nell’amministrazione della giustizia.

L’amministrazione della giustizia è il primo dei finì di una società civile. Ora in Italia l’ordinamento della giustizia ha gravissimi difetti. Infatti, la procedura civile è intricata e lentissima; le tasse giudiziarie rendono inaccessibili i tribunali a chi non è ricco; il gratuito patrocinio dei poveri, tranne rarissime eccezioni, funziona in modo deplorevole; la procedura penale, col sistema dell’istruttoria segreta senza alcuna garanzia per l’imputato, rende facilissimi gli errori giudiziari; l’ordinamento giudiziario non assicura l’indipendenza della magistratura, richiede un numero eccessivo di magistrati i quali sono perciò mal retribuiti, e fa del Pubblico Ministero il rappresentante del potere politico, mentre dovrebbe essere unicamente il rappresentante della legge.
L’indipendenza della magistratura, una delle maggiori garanzie concesse dallo Statuto, non esiste che di nome.
La carriera dei magistrati dipende esclusivamente dal Governo, il quale può traslocarli, può destinarli a piacer suo a giudicare affari civili o penali, può comporre ad arbitrio le sezioni d’accusa e gli uffici d’istruzione penale. La dipendenza del magistrato dal Governo significa anche dipendenza da coloro che sul Governo hanno influenza, e voi comprendete senza che io lo spieghi, come ciò abbassi di fronte alla pubblica opinione l’autorità della magistratura.
Occorre mutare sostanzialmente così scorretta condizione di cose, rendendo la carriera dei magistrati indipendente dalla volontà dei ministri, restituendo ai Magistrati la inamovibilità della residenza quale la ebbero in Piemonte dal 1848 al 1859, e affidando ai collegi giudiziari superiori l’incarico di designare a quali funzioni ciascun magistrato debba essere addetto.
Adottando il sistema del giudice unico in prima istanza, che funzionò per molto tempo egregiamente in Piemonte, nella Lombardia e nel Veneto, si potrebbe ridurre di molto il numero dei magistrati e retribuirli in modo degno della loro altissima missione, e tale da assicurarne l’indipendenza economica.
Quanto al Pubblico Ministero occorre o assicurarne l’indipendenza, dando ai suoi membri la inamovibilità come ai magistrati, ovvero separarlo interamente dalla magistratura, togliendogli qualsiasi influenza sulla carriera dei magistrati.
Una razionale riforma del Pubblico Ministero potrebbe anche aprire l’adito a ristabilire, sotto diversa forma, una popolarissima istituzione sociale del vecchio Piemonte, che fu titolo di gloria per la Casa di Savoia, cioè l’avvocatura dei poveri. Il Pubblico Ministero, separato dall’ordine giudiziario, potrebbe essere incaricato della difesa delle cause civili dei poveri, e diventare così una grande istituzione con la missione altissima di difendere nella sede penale la società contro i delinquenti, e nella sede civile i deboli contro i prepotenti.

Decentramento.

Subito dopo le riforme giudiziarie vengono, per ragione d’urgenza, quelle amministrative; e tra queste in prima linea il decentramento, oggetto di tante vane promesse, ma unico ordinamento logico per un paese come l’Italia, di regioni così diverse per clima e per condizioni economiche e sociali, e consigliato dal fine politico di diminuire a le ingerenze parlamentari e dalla necessità di avere un’amministrazione meno costosa e più conforme ai bi sogni delle popolazioni. Il decentramento può farsi senza turbare le finanze dello Stato, in quelle delle Provincie e dei Comuni, quando nel passare a questi enti locali i servizi che non hanno carattere nazionale, si assegnino ai medesimi le somme che ora lo Stato spende per i servizi stessi.

Amministrazione comunale e provinciale.

L’ingerenza del potere politico nelle Amministrazioni provinciali e comunali è causa di profondo disordine nelle Amministrazioni stesse facendovi penetrare le influenze politiche; è urgente porvi riparo, col rendere più effettiva l’autonomia dei corpi locali e la responsabilità degli amministratori. Una più larga autonomia renderebbe possibile la municipalizzazione di alcuni servizi di pubblico interesse ora affidati alla speculazione; tale sistema, che da noi alcuni combattono come infetto di dottrina socialistica, in paesi eminentemente conservatori, come l’Inghilterra, è applicato su larga scala, col doppio vantaggio di servire meglio il pubblico e di procurare un guadagno alle finanze comunali.

Sicurezza pubblica.

Ho ricordato poco fa che l’Italia ha un doloroso primato nella delinquenza comune, piaga vergognosa che si traduce anche in grave danno economico. Proposi in discorsi fatti alla Camera il rimedio adottato in Francia, dove coloro che sono più volte recidivi in gravi reati comuni, vengono relegati a vita, e così eliminati dalla società civile; da noi tale provvedimento dovrebbe collegarsi con la riforma dell’istituto del domicilio coatto, divenuto oramai una scuola di perfezionamento per i delinquenti.
Il ministro Pelloux, insieme alle leggi politiche presentò una legge sui recidivi in reati comuni, ma poi, mentre sulle leggi politiche insisté fino a offendere lo Statuto abbandonò quella che colpiva i delinquenti comuni; e cosi il Governo apparve più sollecito di restringere le pubbliche libertà, che di difendere la società dai ladri, dagli assassini.
Potrei continuare l’enumerazione di riforme che non oceano la finanza, e parlarvi di urgenti riforme nella pubblica istruzione, e specialmente nell’istruzione primaria; di leggi sociali molte volte promesse; di semplificazioni in molti servizi pubblici; ma uscirei dai limiti li un discorso, ed abuserei della vostra pazienza.

Riforma tributaria.

Consentitemi invece brevi parole intorno alla riforma Tributaria.
Il nostro sistema tributario ha due capitali difetti:
la gravezza eccessiva del complesso delle imposte;
la ingiusta loro distribuzione.
La gravezza totale delle imposte dipende dall’eccesso delle spese, ed a questa è unico rimedio l’economia.
Quanto alla distribuzione delle imposte, quale discordanza fra il nostro sistema tributario e la disposizione dello Statuto il quale vuole che i cittadini contribuiscano in proporzione dei loro averi! Basta considerare quali enormi somme siano prelevate sui consumi necessari alla vita, per comprendere che da noi il contadino, l’operaio, il piccolo proprietario pagano in proporzione dei figli che hanno da mantenere, ossia in una ragione che cresce col crescere della loro miseria.
Questa condizione di cose è contraria non solamente alla giustizia e alla umanità, ma anche ad un grande interesse nazionale; in molte parti d’Italia le classi lavoratrici della città e della campagna per difetto di sufficiente nutrizione crescono deficienti di forza fisica e di energia morale, onde ne deriva una grande diminuzione nel lavoro nazionale e una causa di inferiorità per il nostro paese.
Oramai nessuno più nega l’esistenza di tale ingiustizia, nessuno più nega che l’aliquota complessiva delle imposte sui piccoli redditi è maggiore di quella che colpisce i grandi redditi; ma i più si rifiutano di portarvi rimedio, dicendo che la finanza non presenta margine per uno sgravio, e perciò non si potrebbero diminuire le imposte ai poveri senza crescerle ai ricchi.
Vi fu un tempo nel quale l’idea di attendere che vi fosse un margine di avanzo nel bilancio per togliere i più ingiusti aggravi, parve anche a me accettabile; ma l’esperienza mi ha convinto che un avanzo permanente di bilancio per molti e molti anni non si avrà, perché appena comincia a sorgere, subito si propongono aumenti di spese; così nel 1896, appena si ebbe un miglioramento di entrata, si aumentarono di oltre dieci milioni le spese militari; nello scorso anno le speranze di un avanzo produssero quegli aumenti di spesa contro i quali protestò il Senato del Regno; ed ora si parla di nuove spese per la marina e per opere pubbliche.
Non contesto la utilità di codeste spese, ma le medesime non sono così urgenti come il riparare ad un’ingiustizia riconosciuta da tutti, e che cade sulle classi più povere.
Nei calcoli finanziari bisogna non dimenticare che il pubblico malcontento è fra le più gravi debolezze economiche; che i disordini costano milioni per la repressione, interrompono i commerci, acuiscono la lotta fra capitale e lavoro, rendendo così peggiori le condizioni dell’industria, e compromettono il credito del Paese all’estero.

Difesi della piccola proprietà.

Dissi più volte e non mi stancherò di ripetere che la proprietà. principale difesa contro il prevalere delle dottrine socialistiche, la più valida tutela dell’ordine pubblico, si ha nella piccola proprietà; ora questa non solamente non si può costituire dove manca, ma tende a scomparire in Provincie nelle quali esiste da secoli, e ciò per la iniqua oppressione d’imposte più gravi di quelle che colpiscono la grande proprietà. Le tasse fondiarie e le basse di successione gravano infatti con eguale aliquota sulle grandi e sulle piccole proprietà, mentre parte delle tasse di registro, le tasse di bollo e le tasse giudiziarie, essendo applicate sotto forma di tasse fisse, sono enormemente più gravi per i piccoli che per i grandi proprietari; ed è evidente ad esempio che pagandosi la stessa tassa da chi litiga per due mila lire e da chi litiga per duecentomila, il primo paga proporzionalmente cento volte più del secondo. Le tasse sugli affari e le tasse giudiziarie sono talora per la piccola proprietà una vera confisca.
Orbene in codesto argomento si potrebbe ristabilire la equità senza sacrifizio per la finanza e senza ingiusto aggravio per i maggiori abbienti, poiché basterebbe abolire le tasse fisse e sostituirvi tasse proporzionali.
Alla piccola proprietà sono pure fatali le tasse di successione, per pagare le quali si deve per lo più o vendere parte del piccolo fondo o contrarre un debito; sarebbe giustizia e saviezza di Governo esentare da tassa di successione le piccole proprietà, e risarcire la finanza con un lieve aumento di tassa sulle successioni maggiori.
Il principio della progressione nelle tasse di successione h in vigore fin dal 1881 in un paese conservatore come l’Inghilterra, e noi continuiamo a considerarlo come un principio rivoluzionario!
Ho dimostrato più volte, in discorsi fatti ai miei elettori e alla Camera, che un rigoroso principio di giustizia distributiva richiede che al piccolo proprietario, il quale lavora da se la propria terra, sia fatto lo stesso trattamento che le leggi sull’imposta di ricchezza mobile fanno al piccolo industriale e commerciante, vale a dire l’esenzione dall’imposta per quella cifra di reddito che rappresenta il minimo necessario alla vita.

Dazio consumo.

Un’altra parte del nostro sistema tributario, che richiede urgentemente una riforma, è l’ordinamento del dazio di consumo. In un paese nel quale il Governo fa già pagare il sale 40 volte il suo valore, colpisce il petrolio e lo zucchero con un’imposta che rappresenta oltre a due volte il valore della merce, colpisce il grano di oltre un terzo del suo valore, .in un paese nel quale il protezionismo accresce di oltre un terzo il costo del cotone e di altri oggetti di prima necessità, nel quale l’aggio sull’oro ha per effetto di diminuire del 7 per cento i salari, è addirittura iniquo che il dazio consumo gravi ancora una seconda volta sugli stessi generi di prima necessità, imponendo in gran parte l’onere delle spese comunali sulle classi povere. La tendenza a gravare i consumi per sgravare i proprietari più ricchi ha raggiunto in alcune parti d’Italia proporzioni incredibili; vi sono grandi città nelle quali il totale delle sovrimposte comunali sui proprietari di case non rappresenta che il 10, il 7 e perfino solamente il 3 per cento di quanto si paga per dazio di consumo!
Il primo ministero Pelloux aveva proposta l’abolizione del dazio consumo comunale sulle farine. Il principio era giusto, solamente era errato il modo di applicazione, perché a quel dazio si sostituivano molto piccole imposte assai vessatorie e in parte gravanti sulle classi meno agiate. Ora il Ministero abbandonò qualsiasi idea di riforma, e questa, a mio avviso, è una delle peggiori conseguenze del mutato indirizzo politico.
Come ho detto in un discorso che pronunciai alla Camera il 21 aprile scorso, credo si debba fare ogni sforzo per trovare, possibilmente sotto forma di economie, i 26 milioni occorrenti per ridurre alla metà i canoni go remativi dei dazi di consumo, nel qual modo si potrebbero togliere i dazi sui generi di prima necessità, e nei comuni bene amministrati si potrebbe preparare l’abolizione totale del dazio di consumo con immenso vantaggio delle classi povere e della libertà dei commerci.
Non vi parlo di riforme possibili in altri rami della manza; ma anche da questi cenni sommari voi potete cedere che è vastissimo il campo delle riforme urgenti e acili a farsi nell’amministrazione dello Stato, delle Provincie e dei Comuni, nell’ordine giudiziario, nel sistema tributario; or come avviene che dopo tante promesse, Ministeri e Parlamento siano stati impotenti a compierne alcuna?
Il fenomeno è triste e può preparare tristi giorni alle nostre istituzioni; è dunque necessario studiarne con cura le cause.

Ordinamento dei partiti politici.

L’impotenza dei Ministeri e del Parlamento dipende, a mio avviso, in gran parte dalla mancanza di una razionale e logica organizzazione dei partiti politici.
Una delle proposizioni che più frequentemente si sentono, è questa: che tutti i partiti costituzionali devono lasciar da parte ogni quistione personale, ogni divisione politica e unirsi per provvedere d’accordo al bene del paese.
In cotesta proposizione vi è una verità, e un errore.
È verità indiscutibile che i partiti costituzionali devono mettersi d’accordo quando si tratta di difendere le istituzioni, e che tutti senza distinzione devono esser uniti quando si tratta di difendere la dignità e gli interessi del paese di fronte all’estero.
Invece sarebbe un errore fondere tutti i partiti costituzionali in un partito solo.
I partiti politici devono essere composti di persone che siano d’accordo almeno sulle linee generali di un a programma, poiché per fare strada assieme bisogna esser d’accordo sulla via che si vuole percorrere. Ora tra i diversi partiti costituzionali vi sono tali diversità, sostanziali di concetti da rendere impossibile un’utile cooperazione di tutti. Per esempio io, che credo ingiusto il nostro sistema tributario, come posso andare d’accordo con coloro che non vogliono modificarlo? Io, che credo necessaria una larga libertà di discussione e di stampa, come posso andare d’accordo con coloro che trovano sempre insufficienti i freni alla libertà? Io, che ho creduto un errore l’impresa d’Africa, come potevo andar d’accordo con coloro che la volevano?
Il mettere insieme uomini politici che partono da concetti discordanti e tendono a fini diversi, può produrre un effetto solo, quello di ridurli tutti alla immobilità, all’impotenza; ed è precisamente ciò che in questo momento avviene.
Il concetto di fondere insieme tutti i partiti costituzionali presenta ancora un altro pericolo più remoto ma più grave. Sé noi poniamo in Parlamento la divisione così, che da una parte vi siano tutti i difensori delle istituzioni, e dall’altra coloro che le combattono, che cosa avverrà, quando il primo partito sia battuto? E bisogna tenere presente che non vi è partito, il quale stando lungamente al potere non si consumi, perché non vi è partito che, governando, non commetta errori e non offenda molti interessi.
La divisione dei partiti politici non può essere però feconda, se non si costituisce esclusivamente a base di idee e di programmi, lasciando da parte tutte le quistioni di persone; e furono partiti ordinati a base di idee che nel Parlamento Subalpino e nei primi tempi del Parlamento italiano resero così grandi servizi al Paese.
La confusione dei partiti che si produsse in questi ultimi tempi nel Parlamento italiano, in parte h dovuta a colpa di uomini, ma in molta parte ha una origine storica non imputabile ad alcuno.
Prima del 1870 la divisione dei partiti si fondava principalmente sopra una diversità di metodo per risolvere la grande quistione nazionale; l’annessione di Roma all’Italia e il trasporto della capitale a Roma tolsero di mezzo la quistione nazionale.
Vennero allora in prima linea le quistioni relative all’ordinamento interno dello Stato, le quistioni economiche e le quistioni sociali; si iniziò dopo di allora anche in Italia la più grande delle evoluzioni dei tempi nostri, quella che tende a rialzare le condizioni economiche e morali delle classi più numerose, e tale evoluzione non tardò, specialmente nelle Provincie più avanzate in civiltà, a diventare la quistione che domina tutte le altre.
Mutati cosi sostanzialmente i problemi da risolvere, diverso avrebbe dovuto diventare l’aggruppamento degli uomini politici, poiché alcuni che appartenevano al partito di azione, di fronte alle nuove quistioni divennero dei veri conservatori, e altri i quali non approvavano i metodi del partito di azione, non rifuggono invece da ardite riforme amministrative, economiche e sociali.
Pertanto la grande divisione fra destra e sinistra parlamentare non corrisponde più in tutto ad un concetto logico, per la semplicissima ragione che molti dei nostri uomini politici si trovano completamente spostati; a destra seggono molti deputati amici del progresso e sinceramente liberali; a sinistra si trovano alcuni che di fronte ai nuovi problemi sono fra i più decisi conservatori. Quando Fon. Luzzatti, come ministro del tesoro, nel dicembre del 1897, annunziò il proposito di riforme tributarie in senso democratico, io gli dissi che ne sarebbe stato impedito principalmente da alcuni dei suoi amici politici, e cosi avvenne.
Ma questi spostamenti di persone, facilmente correggibili, non tolgono che esista nella nostra Camera, come in tutte le assemblee politiche, la grande divisione fra coloro che vogliono conservare lo stato attuale della legislazione e dei metodi di governo, e coloro che vogliono il progresso; questa grande divisione, che ha fondamento nella natura umana e nelle condizioni della nostra società, non ha cessato e non cesserà mai di esistere.
Amendue le correnti politiche, conservatrice e innovatrice, hanno ragione di essere e possono a volta a volta, nei diversi periodi storici, rendere segnalati servizi al Paese. Dopo un periodo di profonde riforme, una sosta che le consolidi, le perfezioni, le faccia penetrare nella coscienza del paese, può essere provvidenziale.

Siamo noi in uno di tali periodi

Il malcontento generale e pericoloso esclude che possano i nostri ordinamenti restar come sono; oggi è opera eminentemente conservatrice delle nostre istituzioni fondamentali quella di radicali riforme, ed io confido che il Parlamento non tarderà a dedicarsi ad un’impresa così altamente patriottica.
Ma perché possa il Parlamento attendere con la necessaria serenità ad opera così lunga e difficile, una prima; condizione è indispensabile: la pacificazione degli animi col ritorno alla osservanza dello Statuto. Finché il Parlamento è minacciato di sopraffazione, vano è lo sperare che possa attendere ad utile lavoro. In questo momento la quistione che domina tutte le altre è la difesa dello Statuto, la difesa della libertà. Se il Paese consente a lasciarsi spogliare delle franchigie statutarie, deve deporre ogni speranza di veder prevalere una politica di serie riforme, poiché da un lato Ila spinta a I violare lo Statuto è data appunto da coloro che non vogliono le riforme, e, d’altra parte, quando in un Paese l partiti sovversivi possono invocare a loro favore la legalità, e il Governo deve confessare di esserne uscito fuori, ivi può dirsi cominciato un periodo di vera anarchia.
L’Italia deve essere governata colla libertà e colla legalità., e può esserlo senza pericolo quante volte abbia un Governo che non si metta a servizio di ristrette consorterie, ma che guardando ai soli grandi interessi della patria, si proponga come fine la giustizia per tutti la rigida a costante applicazione delle leggi, e la cura affettuosa delle classi più numerose della società, delle quali è urgente migliorare le condizioni economiche intellettuali e morali se si vuole evitare che cominci un periodo di pericolose agitazioni sociali.
Non è fenomeno speciale all’Italia, ma comune a tutti i popoli civili, quello di una profonda trasformazione nelle correnti politiche, del prevalere delle quistioni economiche, di una influenza sempre crescente delle classi popolari. Queste classi hanno acquistata la coscienza dei loro diritti e della loro forza, e tale coscienza non vi è legge reazionaria, non vi è prepotenza di Governo che possa toglierla; io credo codesta coscienza un bene, perché rende impossibili molte ingiustizie e costringe i Governi a preoccuparsi delle condizioni delle classi più numerose; ma anche coloro i quali la credono un male, devono tenerne calcolo e procurare che quella forza, la quale fra poco sarà irresistibile, sia volta a bene del Paese; a tale scopo è necessario mantenere quella forza nell’orbita legale facendo che il Governo sia, e apparisca in tutti i suoi atti, il tutore delle classi popolari, il difensore dei loro diritti e dei loro legittimi interessi.
L’augusta parola del Re, nell’ultimo discorso pronunciato innanzi al Parlamento il 16 novembre 1898, con grandissima opportunità politica, ricordò il detto del padre della patria che i popoli amano e pregiano le istituzioni in ragione dei benefici che loro apportarne. Questa sapiente massima deve informare costantemente l’azione del Governo.
La monarchia italiana deve avere base, non negli interessi di ristrette classi privilegiate, ma nell’affetto della immensa maggioranza del Paese. Tale è stata per secoli la forza e la gloria della Dinastia di Savoia, tale è il fine al quale ha mirato costantemente l’amato nostro sovrano, e Busca ne ebbe un’eroica e indimenticabile prova. Coloro che tentano di condurre la nostra gloriosa monarchia per via diversa, coloro che vorrebbero invocarne la grande forza a beneficio esclusivo dei loro interessi o dei loro odii, devono essere da noi respinti come i peggiori nemici di quelle istituzioni che noi riteniamo inseparabili dalla causa della unità, della indipendenza, della libertà e della grandezza della patria.

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