Discorso di Mussolini a Palermo dell’agosto 1937

Discorso tenuto da B. Mussolini a Palermo il 19 agosto 1937 in cui parla dell’Asse Roma Berlino

Camerati Palermitani!
Con questa vostra maestosa adunata di popolo si conclude il mio secondo viaggio in Sicilia. (Acclamazioni). Ora posso dire di avere veramente visitato la vostra magnifica terra e di avere veduto la sua laboriosa e fierissima gente. (Acclamazioni). Nella prima parte del mio discorso io parlerò di voi, dei vostri problemi, dei «nostri problemi» poiché non c’è nessun problema in nessuna parte d’Italia che non diventi immediatamente un problema per l’intera Nazione.
Nella seconda parte prospetterò talune questioni che si riferiscono all’attuale situazione internazionale. Prima di tutto desidero di far sapere ai camerati delle altre 85 Provincie del Regno e ai superstiti antifascisti che girano per il mondo, che la Sicilia è fascista fino al midollo, (entusiastiche acclamazioni), che Sicilia e Camicie Nere sono una cosa sola, che Sicilia e Fascismo costituiscono una perfetta identità. (Acclamazioni).
Anche la Sicilia ha camminato vigorosamente durante questi primi quindici anni della Rivoluzione fascista.
Se mi fosse concesso di parlare per percentuali, direi che il 25 per cento è già fatto, che un 25 per cento è in via di realizzazione, che un 50 per cento resta da fare e sarà fatto. (Applausi).
Il problema dei problemi per la vostra isola si riassume in un nome breve, semplice, italianissimo: acqua, (una entusiastica acclamazione saluta l’affermazione del Duce), acqua per dissetare gli uomini, acqua da sistemare per evitare che per i pericoli della malaria le genti si raccolgano sulla cima delle montagne, acqua da raccogliere.
Il latifondo siciliano, quantunque oggi sia stato spogliato dei suoi reliquati feudali dalla politica fascista, sarà liquidato dal villaggio rurale, il giorno in cui il villaggio rurale avrà l’acqua e la strada. Allora i contadini di Sicilia, come i contadini di tutte le parti del mondo, saranno lieti di vivere sulla terra che essi lavorano. Finirà la coltura estensiva, la vostra terra potrà nutrire il doppio della popolazione che oggi conta, perché la Sicilia deve diventare e diventerà una delle più fertili contrade della terra. (Acclamazioni).
Voi avete visto crescere sotto i vostri occhi l’apprestamento militare, terrestre, marittimo e aereo che presidia l’isola. Solo per una suprema follia si potrebbe pensare a una invasione. Qui non sbarcherà mai nessuno, nemmeno un soldato. (Acclamazioni).
Ora ascoltate questo annuncio: si inizia per la vostra isola un’epoca tra le più felici che essa abbia mai avuto nei suoi quattro millenni di storia. (Acclamazioni). Questa epoca è legata a un fatto storico che noi abbiamo avuto la suprema fortuna di vivere: la fondazione del secondo Impero di Roma.
Le energie dello Stato saranno d’ora innanzi con maggiore intensità convogliate verso di voi, perché la Sicilia rappresenta il centro geografico dell’Impero. (Altissime ovazioni).
Quando io decisi di fare le grandi manovre in Sicilia ci furono degli allarmi; ci furono delle interpretazioni estensive esagerate, intempestive. Tutto ciò è passato. Ormai tutti devono convincersi che l’Italia fascista intende di praticare una politica concreta di pace. È su queste direttive che noi tendiamo a migliorare le relazioni soprattutto con gli Stati confinanti.
Non v’è dubbio che dal marzo ad oggi i nostri rapporti con la Jugoslavia sono migliorati, quelli con l’Austria e l’Ungheria sono sempre intonati ai protocolli di Roma, che specialmente durante la «punta» della crisi economica si sono dimostrati efficacissimi. Non ho bisogno di dire che con la Svizzera le relazioni sono più che amichevoli. Rimane, a proposito dei confini terrestri, la Francia. Se noi esaminiamo con mente pacata e raziocinante l’insieme di questi rapporti, noi finiamo per concludere che non vi è materia per un dramma. Le relazioni sarebbero certamente migliori se in Francia taluni circoli abbastanza autorevoli non fossero degli idolatri degli idoli ginevrini e anche se non ci fossero altre correnti che da quindici anni, con una costanza degna di miglior causa, attendono di giorno in giorno la caduta del Regime fascista.
Se dalle frontiere terrestri passiamo alle frontiere marittime e coloniali, noi ci incontriamo con la Gran Bretagna. Ho detto ci incontriamo. Prego quindi coloro i quali si affrettano a tradurre o a tradire i miei discorsi di fare la dovuta distinzione fra un incontro e uno scontro.
Quando ritorno a riflettere sull’ultimo biennio delle nostre relazioni con Londra io sono portato a concludere che al fondo c’è stata una grande incomprensione: l’opinione era rimasta indietro: si aveva dell’Italia una concezione superficiale e pittoresca, di quel pittoresco che io detesto. Non si conosceva ancora questa giovane risoluta, fortissima Italia. Ora con gli accordi del gennaio ci fu un chiarimento della situazione, poi accaddero degli episodi incresciosi sui quali in questo momento è inutile ritornare. Oggi c’è di nuovo una schiarita all’orizzonte. Considerando la comunità delle frontiere coloniali io penso che si può arrivare a una conciliazione duratura e definitiva tra la via e la vita.
Così l’Italia è disposta a dare la sua collaborazione, a tutti i problemi che investono la vita politica europea.
Bisogna però tener conto di alcune realtà: la prima di queste è l’Impero. Si è detto che noi desideriamo un riconoscimento da parte della Lega delle Nazioni: affatto! Noi, o camerati, non chiediamo agli ufficiali di stato civile di Ginevra, di registrare delle nascite. Crediamo però che sia venuto il tempo di registrare un decesso. C’è da sedici mesi un morto, che appesta l’aria. Se non lo volete seppellire per la serietà politica, seppellitelo in nome dell’igiene pubblica.
E per quanto noi non possiamo essere sospettati di eccessiva tenerezza per l’areopago ginevrino, noi diciamo tuttavia che è superfluo di aggiungere alle infinite divisioni che torturano quell’organismo una ulteriore divisione fra coloro che non hanno riconosciuto e coloro che hanno riconosciuto l’Impero di Roma.
Altra realtà di cui bisogna tener conto è quella che si chiama ormai comunemente l’asse Berlino-Roma. (Imponenti manifestazioni).
Non si arriva a Roma ignorando Berlino o contro Berlino, e non si arriva a Berlino ignorando Roma o contro Roma. (Vivissimi applausi). Tra i due Regimi c’è una solidarietà in atto: voi mi intendete quando dico che c’è una solidarietà in atto. Sia detto nella maniera più categorica che noi non tollereremo nel Mediterraneo il bolscevismo o qualche cosa di simile. Quando siano evitati questi perturbamenti di gente assolutamente estranea al Mediterraneo, perturbamenti forieri di guerra, mi piace di concludere il mio discorso lanciando un appello di pace a tutti i Paesi che sono bagnati da questo Mare, dove tre continenti hanno fatto confluire le loro civiltà.
Noi ci auguriamo che questo appello sia raccolto, ma se non lo fosse, noi siamo perfettamente tranquilli perché l’Italia fascista ha tali forze di ordine spirituale e materiale che può affrontare e piegare qualunque destino.

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