Per un programma e per la unione dei partiti liberali di Giolitti

Per un programma e per la unione dei partiti liberali di Giolitti, intervista apparsa su “La Stampa” il 23 settembre del 1900

Un autorevole collega, l’onorevole Sonnino, con un suo scritto pubblicato nella Nuova Antologia, e del quale meritatamente si occupa la stampa italiana, esorta gli uomini politici a secondare l’appello alla concordia e alla feconda operosità contenuto nel discorso che il giovane Sovrano rivolse al Parlamento.
Tutti gli uomini sinceramente devoti alla Monarchia plaudirono al discorso del Sovrano, e nessuno di essi può essere sordo all’alto appello del medesimo diretto in momento cosi grave.
Parlando ai miei elettori in Busca, il 29 ottobre dello stesso anno, lo diceva:
“L’Italia si trova all’inizio di un nuovo periodo della sua vita politica. L’opinione pubblica profondamente turbata, i partiti estremi forti e audaci quali non furono mai dalla costituzione del regno d’Italia in poi, i nuovi problemi sociali che si affacciano, le nuove correnti popolari che entrano nella vita politica, la crisi che subiscono le istituzioni parlamentari, tutto rivela l’inizio di un periodo di profonde trasformazioni.”
il più atroce dei delitti che privo l’Italia del suo amato Re accentua e determina l’inizio di un nuovo periodo storico, e rende più gravi le responsabilità di coloro che possono esercitare influenza nell’indirizzo del Governo, poiché tale indirizzo potrà segnare l’inizio o di un periodo di pacificazione e di feconda operosità, o di un periodo di lotte asprissime fra le diverse classi sociali e di decadenza delle nostre istituzioni.
L’on. Sonnino propone che tutti gli uomini d’ordine informino la loro condotta al concetto di lasciare da parte le quistioni che possono dividerli e concorrano ad attuare quei provvedimenti legislativi intorno ai quali non vi sia sostanziale dissenso.
La proposta dell’on. Sonnino può, anzi, deve essere accettata, ma ad un patto: che l’accordo avvenga intorno ai punti più importanti e più urgenti, intorno, cioè, a quei provvedimenti senza i quali non si può avere speranza di togliere o di scemare sensibilmente il malcontento del Paese; e che si tratti di lasciare in disparte o quistioni di secondaria importanza, o quistioni la cui risoluzione importi lunghi studi, o sia tale da non produrre effetto sensibile se non dopo un lungo lasso di tempo.
Se per ottenere l’accordo si dovessero invece mettere in disparte quelle quistioni che il Paese vuole vedere risolte, se dovessimo andare tutti di accordo non per soddisfare alle più imperiose necessita, ma per rimandare i provvedimenti veramente efficaci, in tal caso noi otterremo un solo risultato : quello di rendere egualmente odiose al Paese tutte le frazioni del partito monarchico, e di gettarlo nelle braccia dei partiti estremi.
L’on. Sonnino enumera i punti nei quali egli crede che le varie frazioni del partito monarchico possano trovarsi di accordo, e si occupa principalmente dell’Amministrazione della giustizia, della legge sullo stato degli impiegati civili, della necessita di rendere più educativa la scuola elementare, di provvedimenti d’indole sociale tendenti a far partecipare il lavoro ai profitti del capitale e a modificare i contratti agrari, infine della tutela degli emigranti.
Non ho alcuna difficoltà a riconoscere che i problemi ora indicati sono importanti e che intorno ai medesimi è possibile un larghissimo accordo.
Un ordinamento giudiziario che riduca il numero dei magistrati col sistema del giudice unico in prima istanza, ne migliori la posizione e assicuri la completa indipendenza della Magistratura, fu da me costantemente sostenuto come uno dei principii fondamentali d’un programma liberale.
Nessun dubbio pure che dobbiamo pensare agli impiegati civili, a migliorare l’istruzione elementare, a tutelare più efficacemente gli emigrati nei paesi ove si recano, meglio curando le scuole italiane all’estero e mantenendovi più alto il nostro prestigio.
Qualche maggior precisione avrei desiderata circa la proposta di far partecipare il lavoro ai profitti del capitale; poiché se si trattasse di togliere ostacoli che le nostre leggi frapponessero a un più intimo accordo fra industriali e operai, la cosa sarebbe accettabile, ma io non ricordo alcuna disposizione di legge che osti a quel libero accordo; invece non potrei accettare la proposta di rendere coattivi per legge simili accordi, perché si violerebbe la libertà dell’industria, e se ne turberebbe con violenza l’ordinamento, andando molto al di là anche del programma minimo dei socialisti, per attuare ora provvedimenti che i socialisti più moderni considerano come programma di un avvenire non prossimo.
Se l’on. Sonnino intendesse solamente di agevolare l’opera delle Associazioni cooperative di lavoro, in tal caso sarei pienamente d’accordo con lui. Sono stato io il primo a proporre, come ministro del Tesoro, e ad ottenere approvato dal Parlamento nel 1889, una modificazione alla legge di contabilità (art. 4 della legge 11 luglio 1889) che consente alle pubbliche Amministrazioni di dare in appalto l’esecuzione di opere pubbliche direttamente ad Associazioni cooperative di produzione e lavoro : ricordo le aspre lotte che dovetti sostenere per difendere tale proposta, allora considerata da molti addirittura rivoluzionaria; e perciò vivamente mi compiacerei del cresciuto favore verso quelle benemerite Associazioni.
Chiariti così alcuni punti delle riforme dell’on. Sonnino, non vi dovrebbe essere difficoltà sostanziale che si opponga ad un accordo sopra i punti accennati dall’on. Sonnino.
Ma sono queste le questioni che più vivamente agitano il il Paese! Risolte tali quistioni, possiamo sperare raggiunta la pacificazione degli animi, diminuito il malcontento, tolte ai partiti estremi le armi più efficaci e più pericolose ? Io non lo credo. Anzitutto è da osservare che i provvedimenti sopraindicati non possono avere alcun effetto immediato; prima che la riforma giudiziaria, la migliore educazione popolare, i migliorati rapporti tra capitale e lavoro producano effetti pratici a beneficio delle classi più numerose passeranno molti anni; e noi non possiamo restare tanto tempo nelle condizioni attuali senza avere la quasi certezza che il partito monarchico diventi in molta parte d’Italia una minoranza. E poi quando abbiamo avuto dei grandi torbidi in Italia quale ne fu la causa immediata? Quale la prima e diretta manifestazione ? I poveri contadini dei fasci siciliani nel 1893 e 1894, invocando il nome e portando il ritratto del Re, assalirono e bruciarono i casotti del dazio di consumo; i torbidi del 1898 ebbero origine dal disagio economico le sommosse popolari hanno di mira gli esattori delle imposte.
Il Paese, dice l’on Sonnino, è ammalato politicamente e moralmente, ed è vero; ma la causa più grave di tale malattia è il fatto che le classi dirigenti spesero enormi somme a beneficio proprio quasi esclusivo, e vi fecero fronte con imposte, il peso il peso delle quali cade in gran parte sulle classi più povere; noi abbiamo un grande numero di imposte sulla miseria: il sale, il lotto, la tassa sul grano, sul petrolio, il dazio di consumo, ecc.; non ne abbiamo una sola che colpisca esclusivamente la ricchezza vera; perfino le tasse sugli affari e le tasse giudiziarie sono progressive a rovescio; e quando nel 1893, per stringenti necessità della finanza, io dovetti chiedere alle classi più ricche un lieve sacrifizio, sorse da parte delle medesime una ribellione assai più efficace contro il Governo che quella dei poveri contadini siciliani; e l’on. Sonnino, andato al Governo dopo di me, dovette provvedere alla finanza rialzando ancora il prezzo del sale e il dazio sui cereali. Io deploro quanto altri mai la lotta di classe; ma, siamo giusti, chi l’ha iniziata?
Quando confronto il nostro sistema tributario con quello di tutti indistinta mente i paesi civili, quando osservo le condizioni delle classi rurali in gran parte d’Italia, e le paragono a quelle dei paesi a noi vicini, dove i nostri operai si recano a cercare lavoro e dove possono fare confronti molto dolorosi per noi, io resto compreso di ammirazione per la longanimità e la tolleranza delle nostre plebi, e penso con terrore alle conseguenze di un possibile loro risveglio.
No, il sistema tributario non deve, non può essere lasciato quale è. Da molti anni a questa parte nei discorsi della Corona, nei programmi ministeriali, in quasi tutti i programmi elettorali si riconosce l’ingiustizia del nostro sistema tributario e si promettono provvedimenti a favore delle classi più povere; qual fede presterebbe più il paese al Governo e al Parlamento se non cominciassimo, senza altri ritardi, a mantenere almeno una parte di quelle solenni promesse?
La questione vera è una sola: decidere da dove cominciare la riforma, poiché le ingiustizie sono molte, tutte gravissime, e noi non possiamo procedere che gradatamente per le tristi condizioni alle quali l’eccesso della spesa ha ridotto il nostro bilancio.
Delle nostre imposte la più contraria a tutti i canoni della pubblica economia è il dazio di consumo costosissimo per la riscossione, che intralcia il movimento commerciale e industriale e cade principalmente sopra i generi necessari alla vita. Tale imposta è inoltre applicata in parecchi Comuni per modo da costituire una vera iniquità. Vi sono città nelle quali il peso delle imposte
comunali si reparte con una certa equità fra le varie classi sociali; in altre i proprietari pagano quasi nulla, e tutto l’onere cade sui consumi. Così, ad esempio, mentre nelle città Milano, Lucca, Firenze, Udine, Padova, per ogni 100 lire pagate per dazio consumo comunale, i proprietari di fabbricati pagano di 16 sopratassa comunale da 46 a 57 lire; mentre in Torino, per ogni 100 lire di dazio, non si pagano già più che 23 lire di sovrimposta, vi sono poi città come Cagliari, Trapani, Salerno, Messina, Reggio Calabria, Catania dove ogni 100 lire di dazio si pagano dai proprietari di fabbricati lire 10, 9, 7 e perfino solamente 3 lire ! L’imposta, cattiva nel suo principio, diventa iniqua per il modo di applicazione.
Parrebbe perciò che si debba cominciare dalla riforma dei dazi di consumo. Ma, tenuto conto della difficile condizione finanziaria dei nostri maggiori Comuni, credo non potersi intraprendere la trasformazione del dazio consumo prima che una riforma degli ordinamenti comunali consenta ai Comuni di procedere alla municipalizzazione dei pubblici servizi, perché solamente i proventi che si possono ricavare dai servizi dell’acqua potabile, della illuminazione, delle tranvie, dei telefoni e simili possono sostituire una considerevole parte dei proventi del dazio. Per ora dovremo limitarci ad abolire il dazio sulle farine, causa di tanti disordini, e tassa insostenibile in un paese che colpisce già alla frontiera il grano per circa il quaranta per cento del suo valore; e dovremo con sapienti modificazioni all’ordinamento dei Comuni provvedere a far penetrare nelle Amministrazioni comunali il sentimento della giustizia sociale.
Vi ha invece un’altra parte dei nostro sistema tributario la cui riforma è semplicissima e forse più urgente di tutte, ed è quella delle imposte che cadono direttamente sulla piccola proprietà. Uno dei fenomeni più tristi, è la scomparsa della piccola proprietà, che è la più valida difesa dell’ordine sociale, perché l’operaio agricolo il quale col lavoro e col risparmio diventa proprietario è uno strenuo difensore dell’ordine pubblico, mentre il piccolo proprietario che diventa nullatenente è un acquisto quasi sicuro per i partiti sovversivi.
Ora la rovina della piccola proprietà è opera quasi esclusiva del sistema tributario. Il possessore di un terreno dal quale ricava col suo lavoro quanto è strettamente necessario alla vita, è il più oppresso dalle imposte; egli paga il sale quaranta volte il suo valore, il petrolio tre volte il valore, se non è produttore di grano, paga una tassa del 40 per cento sul pane; paga il vestiario di cotone, gli attrezzi rurali e simili il 40 per cento più del loro valore per la protezione doganale delle industrie, e quando poi si trova nell’impossibilità di pagare poche lire di imposta fondiaria è senz’altro espropriato dall’esattore. Tutti sanno quanto siano numerose queste espropriazioni, e tutti possono agevolmente immaginare quali sentimenti sentimenti nutra verso il Governo il contadino gettato sul lastrico con la famiglia per non aver potuto pagare poche lire.
Lo stesso dicasi della imposta sui fabbricati. Colui il quale possiede unicamente la casa in cui si ricovera, per quanto miserabile, paga la stessa aliquota di tassa che colpisce i ricchi palazzi; e sono ogni anno a centinaia le famiglie cacciate dal loro abituro per non aver potuto pagare poche lire di imposta.
La quistione della imposta sui piccoli fabbricati ha pure una considerevole portata sociale per le città, dove costituisce uno degli ostacoli principali al sorgere di case operaie. L’imposta con le relative sovrimposte rappresenta almeno il 30 per cento del reddito, cioè quella quota che basterebbe aggiungere all’affitto, come quota di ammortamento delle spese di costruzione, per fare che l’operaio in un discreto numero di anni diventi proprietario della sua abitazione. Pagare affitto, ammortamento e imposta, egli non può, e d’altronde, se anche riuscisse a diventare proprietario, egli avrebbe la sicurezza di essere espropriato appena una malattia o la mancanza di lavoro lo metta nella impossibilità di pagare l’imposta.
La nostra legge sulla ricchezza mobile, salvo una eccezione della quale parlerò in appresso, esenta da imposta i redditi che non dipendono esclusivamente da capitale quando non superano le 400 lire imponibili.
Giustizia e convenienza sociale impongono di esentare da imposta i piccoli redditi fondiari, quando si tratti di chi personalmente coltiva la terra, la quale per lui è strumento di lavoro, e quando si tratti di piccole case abitate direttamente dal possessore il quale non abbia reddito eccedente le 400 lire imponibili.
Egualmente fatali alla piccola proprietà sono le tasse di successione, le quali si commisurano al valore capitale e non potendo essere pagate sul reddito del povero fondo costringono l’erede o a venderne una parte o a contrarre un debito che ne prepara la rovina a non lontana scadenza.
Sempre nel campo delle imposte dirette, una altra grave ingiustizia sanzionano le nostre leggi a danno di gente poverissima. Dalla imposta sulla ricchezza mobile sono esenti, come dissi, coloro che hanno redditi non dipendenti da capitali, quando non raggiungono le 400 lire imponibili. A tale regola generale  è però fatta un’eccezione a danno di coloro che prestano l’opera loro allo Stato o ne riscuotono una pensione in compenso di opera prestata. A costoro non è concessa esenzione da imposta per quanto sia tenue il loro reddito. Così l’imposta colpisce il soldato che ha 100 lire di pensione sulla medaglia al valore, il veterano per le 100 lire all’anno concesse dopo tanti stenti, il portalettere rurale, tutti gli agenti subalterni, le pensioni per quanto piccole delle vedove e degli orfani, dei sottufficiali dell’esercito, tutti insomma gli assegni pagati dallo Stato sebbene insufficienti alla vita.
Questa eccezione rivela l’assenza di ogni criterio di giustizia nel nostro sistema tributario, poiché una sola ragione l’ha inspirata, la facilità che ha lo Stato di esigere la imposta da quella povera gente, ritenendola loro all’atto del pagamento.
Siccome io amo di essere molto preciso nelle mie proposte, ecco come formolerei queste riforme a beneficio dei più poveri contribuenti:
1° Sono esenti da imposta fondiaria i terreni coltivati direttamente dal “ possessore quando l’imposta che grava sui medesimi non ecceda le lire 10 di imposta erariale principale, e il possessore non abbia altri redditi mobiliari e u fondiari i quali portino a più di 400 lire imponibili il suo reddito complessivo, valutati ai termini della legge sull’imposta della ricchezza mobile.
2° Sono esenti da imposta i fabbricati di reddito imponibile non superiore «a lire 60, quando concorrano le due circostanze seguenti:
a) che il fabbricato sia abitato dal possessore;
b) che gli altri redditi del possessore del fabbricato, valutati ai termini dell’articolo precedente, non eccedano le lire 400.
3° I terreni e i fabbricati esenti da imposta per effetto degli articoli precedenti, sono pure esenti dalla tassa di trasferimento di proprietà a causa di morte, quando si tratti di successione in linea retta fra ascendenti e discendenti.
4° Sono esenti da imposta sulla ricchezza mobile per ritenuta diretta gli stipendi, le pensioni e gli assegni pagati dallo Stato, quando non superano le lire 400 imponibili.
Tali redditi potranno però essere tassati mediante ruoli nominativi, quando il loro possessore abbia altri redditi mobiliari o fondiari, i quali portino il suo reddito complessivo a più di 400 lire imponibili.
Sono il primo a riconoscere che queste riforme tributarie non risolvono interamente il problema; ma esse comincerebbero subito a salvare dalla rovina le piccole proprietà, e dimostrerebbero alle classi più povere la decisa volontà dello Stato di adoperarsi seriamente per migliorarne le condizioni, e sarebbero un primo acconto sulle grandi promesse ripetutamente fatte.
Le mie proposte vanno a favore esclusivamente di persone il cui reddito totale non supera le lire 400 imponibili, vale a dire di gente la quale ha appena quanto è strettamente necessario alla vita nelle più misere condizioni. Nessun uomo di cuore potrà negare simili concessioni, come nessun uomo politico potrà contestare la necessità di non continuare a spingere alla disperazione classi così numerose. La ragione principale per cui l’onorevole Sonnino propone nel suo scritto di lasciare per ora in disparte la questione tributaria è il timore che la medesima comprometta la solidità del bilancio. Voglio io pure un bilancio solido, e lo provai non proponendo, in tutto il tempo che fui al Governo, alcuna legge che importasse nuove spese; ma se nuovi e gravi disordini sorgono, dove va l’equilibrio del bilancio, dove va il credito del paese? E quale credito, quale prestigio può avere all’estero un paese il quale ogni due o tre anni deve mettere l’esercito sul piede di guerra per mantenere l’ordine all’interno?
Del resto se ci astenessimo rigidamente da qualsiasi nuova spesa, il bilancio potrebbe accettare piccoli aggravi. Se poi nuove spese si vogliono, si abbia il dolo roso coraggio di chiedere alle classi ricche di sopportarne il peso; solo quando le classi dirigenti sappiano che qualsiasi nuova spesa si traduce in nuove imposte a totale ed esclusivo carico loro, saranno meno corrive a chiedere spese nuove e ad approvare chi lo propone.
Ne può riescire possibile trovare mezzi assai semplici per far concorrere in più larga proporzione ai pesi dello Stato le classi più agiate. Il principio della progressione delle tasse di successione, applicate in Inghilterra fin dal 1881, darebbe un prodotto molto considerevole, e non potrebbe in un paese ove i consumi popolari pagano in media oltre il 40 per cento, essere considerato come ingiusto aggravio delle classi più ricche.
È necessario persuadere le classi dirigenti che senza qualche sacrificio esse non possono sperare durevole quella pace sociale senza cui non vi è sicurezza né per le persone né per gli averi. Continuando ora nella resistenza cieca, sorgerà, in tempo non lontano, la indeclinabile necessità di sacrifici molto più gravi; allora si cederà all’impeto popolare, alla paura, ma i sacrifici non serviranno più ad altro che a dimostrare la superiorità delle forze popolari, la debolezza delle classi ricche, e ne verrà a questo tale discredito da compromettere le nostre istituzioni e il nostro ordinamento sociale.
La parola del Re ci invitò a raccoglierci e difenderci con la sapienza delle leggi e con la rigorosa loro applicazione. E io sono pronto a sostenere qualsiasi Governo nella rigorosa applicazione delle leggi, perché l’applicazione delle leggi a tutti e in tutto è condizione indispensabile per avere vera libertà; ed auguro al mio Paese che Governo e Parlamento si accordino nel sancire nuove leggi che tengano conto delle vere condizioni del Paese e tendano a ristabilirvi la giustizia sociale.

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